
“That wasn’t a dream” è il secondo album frutto della collaborazione tra il produttore, chitarrista Blake Mills (che vanta collaborazioni con artisti del calibro di Beck e Fiona Apple) e lo storico bassista Pino Palladino (che ha suonato un po’ con chiunque: dagli Who a D’Angelo ai De La Soul). “That wasn’t a dream”, a dispetto del titolo, è proprio un album da sogno lucido, sospeso tra ritmiche contorte e momenti di apertura quasi allucinati. 7 tracce strumentali in cui basso, chitarra ed elettronica si fondono in maniera fluida grazie ad una attitudine chiaramente jazz. La costante sensazione di stasi che percepisco dall’inizio alla fine dell’album, viene raggiunta in realtà attraverso un continuo movimento, in cui melodie isolate si alternano a nuvole armoniche apparentemente caotiche ma sempre ben organizzate.
All’album hanno collaborato anche il sassofonista Sam Gendel e il batterista Chris Dave, mentre il figlio di Pino, Rocco Palladino suona il basso nella bellissima e lunghissima Heat Sink.
Altra traccia da segnalare è quella di apertura dell’album: l’arpeggiata bossa di Contour.

Cutthroat, quarto album dei Shame uscito il 5 settembre 2025 per Dead Oceans, è un disco che taglia come il titolo promette: un’osservazione cruda, precisa, della vita e delle contraddizioni che la attraversano.
Le chitarre graffiano, i bassi pulsano come un cuore in accelerazione, e la voce di Charlie Steen oscilla tra rabbia, ironia e desiderio di verità. L’album non parla semplicemente di abbandono, ma di ciò che lasciamo andare: ruoli imposti, abitudini rassicuranti, compromessi che ci limitano. In Cowards Around emerge la frustrazione verso chi si nasconde, verso ipocrisie e codardie, ma anche verso se stessi, mentre ci si confronta con le proprie paure e fragilità.
In momenti come Quiet Life il tono si fa sospeso, riflessivo: uno sguardo interiore sul desiderio di libertà, sulle scelte rimandate, sulle strade non percorse. Eppure anche nella frenesia di Cutthroat, nella corsa sfrenata dei ritmi, c’è una vitalità feroce, un impulso a vivere pienamente, senza filtri.
Cutthroat è uno specchio lanciato in faccia all’ascoltatore: graffia, scuote, invita a riconoscere le proprie contraddizioni, e allo stesso tempo a danzare davanti alla propria verità. Gli Shame dimostrano così che la maturità non spegne la furia, ma la rende più lucida, intensa e poetica.

Non è il ritorno alle origini di Lady Gaga che vogliamo segnalare e nemmeno la finta vita da show girl di Taylor Swift – che comunque continua a non piacerci.
A catturarci è il secondo album solista di Alison Goldfrapp che alla soglia dei suoi quasi sessant’anni decide di tornare indietro ai suoi venti, di citare ancora una volta, ma mai abbastanza, gli anni ’80 e, di conseguenza, di portare indietro nel tempo anche noi.
Tutti coloro che hanno passato le serate universitarie – e perché no anche vagamente LGBTQ - a Bologna una ventina di anni fa (ri)scopriranno con piacere l’attuale veste di Aliso: non nuovissima, magari non originalissima, ma capace ancora di farci vibrare. Dance, synthpop a metà strada fra Kylie Minogue, i Royksopp e Roisin Murphy, i brani di Flux danno il loro meglio perché non incarnano un retro-sound urlato e sguaiato, ma sussurrato e capace di penetrare nelle vene immediatamente.
Flux è una carrellata un filo malinconica sui luoghi della notte e del cuore (e degli amori) di una volta: Locomotiv, Sesto Senso, Atlantide: è come se le loro colonne sonore non si fossero mai esaurite, ma fossero ancora in “play” dentro di noi. Le vestigia della nostra gioventù pervadono questo nuovo album.

Dopo qualche anno di assenza torna Ndagga Rhythm Force di Mark Ernestus’. Il nuovo album s'intitola Khadim.
Khadim è una straordinaria riconfigurazione del sound dei Ndagga Rhythm Force. La strumentazione è stata radicalmente ridotta. La chitarra è scomparsa, così come la concatenazione dei sabar e la batteria. Ciascuna delle quattro tracce si concentra su uno o due percussionisti; l'unico altro elemento registrato è il cant di Mbene Diatta Seck, tutto il resto è programmato. I sintetizzatori sono dialogicamente sincronizzati con la batteria. È significativo che Ernestus abbia scelto il suo amato Prophet-5, uno strumento caratteristico fin dai tempi dei Basic Channel, trent'anni fa. Dal punto di vista della trama, il suono è più dubwise, ricco di effetti. C'è una nuova spaziosità, annunciata all'inizio dai suoni ambientali della vita di strada di Dakar.
È bello sapere che Mark Ernestus non abbia avuto fretta nel re-immaginarsi il suono Ndagga Rhythm Force. Le cose buone a volte necessitano di lentezza e riflessione e questo album ne è una bella dimostrazione.
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Il disco della settimana per Class+, scelto da MorraMc, è il terzo lavoro dell’artista e produttrice newyorkese Jamie Krasner, in arte James K. La sua musica viene spesso descritta come un intreccio di dream pop, trip hop, shoegaze e una nostalgia nebbiosa che avvolge ogni brano. Dopo gli anni a New York, James K si è trasferita a Berlino, dove sembra aver trovato la sintesi ideale per le sue sonorità elettroniche.
Con un passato tra studi sinfonici e scena noise, James K pubblica Friends all’inizio di settembre 2025, sorprendendo e convincendo pubblico e critica. L’artista era già nota per collaborazioni importanti, come quella con Yves Tumor, e per essere salita sul palco con Vegyn. Tuttavia, è proprio questo terzo album a segnare una svolta: un’uscita che ha conquistato molti nuovi ascoltatori e consolidato definitivamente il suo percorso artistico.

A questo punto potrebbe sembrare quasi uno scherzo, perché Laurent Fintoni finisce spesso per scegliere come disco del mese un album di Carlos Niño. Eppure, la ragione è semplice: Niño continua a creare la musica e l’arte con cui Fintoni desidera confrontarsi e che desidera ascoltare.
Questo lavoro è particolarmente speciale perché vede insieme Carlos Niño e Saul Williams, considerato uno dei più grandi poeti statunitensi della sua generazione, in un evento dal vivo alla fine del 2024. Accanto a loro compaiono ospiti di grande rilievo, tra cui Kamasi Washington e Aja Monet, due figure centrali dell’attuale scena jazz e poetica.
L’album esplora la terra fisica che abitiamo, le storie che l’hanno modellata e il potere del suono e delle parole nel tentativo di trovare una via d’uscita dalla follia della nostra condizione contemporanea — e, forse, anche la forza o la convinzione necessarie per affrontare il lavoro che ci attende.
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Cristian Adamo - Solo Lains
Ibaaku - Marjaan (Autoprodotto)

Nel giorno del solstizio d’estate in una Dakar del 2052, Marjaan, una giovane donna stremata dal peso della sua esistenza, intraprende una passeggiata urbana guidata dal jazz spirituale di Pharoah Sanders fino a una rivelazione luminosa di fronte all'Oceano Atlantico.
Queste sono le note che introducono il nuovo mini LP di Ibaaku, dal titolo Marjaan. Ibaaku è un produttore Senegalese di base a Dakar, sperimentatore di nuove sonorità provenienti dal continente africano tra afro futurismo e influenze della tradizione Joola.
Marjaan è un album delicato, dove riecheggiano le atmosfere più “sentimentali” ispirate a Pharoah Sanders, tra sax, percussioni, beat elettronici, ostinati armonici. Marjaan è un piccolo gioiello e Solo Lains ne consiglia l’ascolto.
Laura Marongiu - Solaris

Figura di culto a Londra e oltre, James Massiah ha recentemente pubblicato Bounty Law, un disco a metà tra l'album tradizionale e l'EP. Artista e poeta, in Bownty Law James Massiah elabora la rottura delle convenzioni e delle leggi relazionali (romantiche e non), in una sorta di western urbano immaginario.
Il progetto è compatto ma denso, pieno di dettagli e visioni: tra spoken word, elettronica e club culture, Massiah si muove con disinvoltura, guidato da una squadra di producer sperimentali (Cajm, Cold, 3o, Poundshop, Oliver Twist) e il mastering di Tommy Wallwork (Mount Kimbie). Le tracce scorrono tra atmosfere eleganti e notturne, passando dal salotto riflessivo di Pop Down alla dancehall ruvida e ipnotica di Peroxide.
Il suo flow è estremamente caratteristico, capace di stringere l'occhio alla dancehall, al grime e allo spoke word nel giro di poche tracce.
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Unknown to Known è un progetto di chiara matrice jazz, ma aperto, molto aperto ad influenze psichedeliche e quasi oniriche, impostato quasi esclusivamente sull’improvvisazione. La formazione è composta dal batterista di base a Londra ma di origini italo-pakistane, Yusuf Ahmed, la sassofonista Tamar Osborn, nota per le numerose collaborazioni con progetti del calibro di Sarathy Korwar, Emanative, e l’italiano Khalab, oltre che bandleader del gruppo Collocutor, il sassofonista e clarinettista Idris Rahman, coinvolto in collaborazioni con Ill Considered, Anoushka Shankar tra gli altri e il bassista-contrabbassista Jihad Darwish, che oltre alle produzioni a suo nome, vanta collaborazioni con artisti del calibro di Sting, Van Morrison, Moses Boyd e tantissimi altri.
Portico II è composto di soli due brani (A e B), che racchiudono però tutta la potenza dell’improvvisazione e la capacità di sospendere il tempo all’interno di un’alternanza perfetta di mantra arpeggiati ed esplosioni di fiati. Il tocco della batteria, quasi a sostenere ed avvolgere il resto degli strumenti ha una sensibilità davvero sorprendente.

Everything is Recorded è il progetto che fa capo a Richard Russell, produttore e direttore della celebre XL Recordings. Terzo album sulla lunga distanza per Russell, Temporary vanta un incredibile numero di collaboratori, tra cui Sampha, Bill Callahan, Florence Welch, Kamasi Washington e altri. Un disco di elettronica e voce onirico e delicato, Temporary è una meditazione sulla caducità delle cose, sul lutto, e sulla vita - tutti concetti che lo rendono al tempo stesso profondamente personale e universale. Musicalmente, Russell ha creato paesaggi sonori caldi ma spettrali, elettronici ma organici. Rispetto ai suoi due album precedenti, le melodie hanno la precedenza sui ritmi e ne costituiscono il continuum.

Cosa c’è di meglio in una primavera piovosa che tirare fuori una compilation di musica maliana pubblicata a febbraio dalla storica etichetta londinese Mr Bongo?
Parliamo del volume 2 di The Original Sound of Mali.
Un vero e proprio viaggio del sound eclettico e ricco di contaminazioni tra passato e futuro della musica del Mali negli anni 70, a dieci anni dall’indipendenza dalla Francia ottenuta il 22 settembre 1960.
Siamo quindi in un periodo di grande fermento musicale, in Mali:
Le etichette discografiche spesso formate in collaborazione con i dipartimenti governativi e orchestre sponsorizzate dallo Stato rappresentavano le varie regioni anche per preservare la cultura del paese prima che il mondo moderno ne accelerasse la storia. Il doppio LP + CD, arricchito da un booklet compilato dallo scrittore, giornalista Florent Mazzoleni, e da David Buttle, il vero e proprio Mr Bongo, ci immerge sempre più nella ricchezza della musica di questo paese in cui le basi e la strumentazione tradizionali si fondono con i progressi e le influenze musicali dell’epoca.
Immaginiamoci di ascoltare queste tracce negli hotel della capitale Bamako, dove le band e le orchestre affinavano il proprio sound, influenzati dalle richieste e dai gusti degli ospiti internazionali ma anche dalla strumentazione moderna sempre più disponibile.
Chitarre elettriche, influenze funk, soul e rock, ritmi cubani e il mescolarsi dei suoni provenienti da altri paesi confinanti in Africa occidentale. Oltre a questo, la tradizione non scompare: riconosciamo l'arpa ngoni e le voci in lingua maninka, che possono provenire solo dal Mali. Ascolterete brani iconici di Ousmane Kouyaté & Ambassadeurs Internationaux, Rail Band, Les Messagers du Mali, Mystère Jazz de Tombouctou e molti altri.
Ecco il disco consigliato da Mixtales questa settimana.

Past Present (Tone Poems Across Time) è il nuovo squisito album solista di Mark de Clive-Lowe, compositore e pianista nippo-neozelandese, che segna il suo debutto per l'etichetta Impressive Collective.
Un'esplorazione sonora profondamente personale di Mark, "past present" è una riflessione sulla famiglia che ottiene descrivendo il cammino del suo defunto padre nel Giappone di 70 anni fa. Il progetto è una raccolta di ambient jazz, paesaggi sonori cinematografici emozionanti che intrecciano sintetizzatori analogici con registrazioni sul campo provenienti da siti sacri giapponesi e luoghi naturali.
Mark completa la presentazione dell'album utilizzando immagini d'archivio dalla collezione fotografica privata della sua famiglia (la copertina è una fotografia scattata nel 1953 a suo padre, Robin de Clive-Lowe al Santuario di Itsukushima, Miyajima, Giappone). Anche il nome delle 11 tracce si aggiunge all'impronta cinematografico che l'artista ha voluto dare a questo ultimo lavoro
Un intero processo che paragona al viaggio nel tempo e conclude con l'ascoltatore affermando che spera che "ti porti nel tuo viaggio di immaginazione e riflessione, portandoti in luoghi inaspettati, proprio come è successo a me".