
Per iniziare il 2026, il disco della settimana di Stagione Zero è IN THE AGE OF DATA del progetto Move 78.
Il gruppo berlinese arriva nel 2025 al quinto album e raggiunge e forse supera i picchi del bellissimo esordio “The Algorithm Smiles Upon You”. Parliamo di una bilanciata fusione di jazz e inserti elettronici, istinto puramente da jam session e campionamenti di ispirazione hip hop.
La formazione principale è composta da Doron Segal (tastiere), Nir Sabag (batteria), Hal Strewe (basso), Meravi Goldman (corno francese) e Aver (campionatore/produzione).
In the Age of Data è composto di 11 brani ma può essere diviso in due parti ben distinte (anche se molto coerenti tra loro). I primi sei brani sono una sorta di improvvisazione eterea e sospesa, basata sulla ripetizione costante della stessa bass line. I brani, non a caso si intitolano tutti “Dusty but digital” part 1-6.
I restanti 5 brani sono invece vere e proprie tracce separate che comunque mantengono il mood e le sonorità della prima parte. Tra queste segnalo decisamente il crescendo visionario di Quantum Listening.
Nota divertente. Il nome della band è ispirato a un famoso match di un antico gioco da tavolo cinese tra il campione del mondo Lee Sedol, e un programma per computer chiamato AlphaGo. Dopo essere stato sconfitto nelle prime tre partite dall’avversario basato sull'intelligenza artificiale, il campione ha sbalordito tutti adattandosi e giocando una mossa così strano che ha completamente sconcertato AlphaGo e i suoi algoritmi. La mossa – che rappresentava la risposta umana di Sedol: adattarsi per affrontare le sfide di un mondo tecnologico in continua evoluzione – è stata la mossa 78.

“That wasn’t a dream” è il secondo album frutto della collaborazione tra il produttore, chitarrista Blake Mills (che vanta collaborazioni con artisti del calibro di Beck e Fiona Apple) e lo storico bassista Pino Palladino (che ha suonato un po’ con chiunque: dagli Who a D’Angelo ai De La Soul). “That wasn’t a dream”, a dispetto del titolo, è proprio un album da sogno lucido, sospeso tra ritmiche contorte e momenti di apertura quasi allucinati. 7 tracce strumentali in cui basso, chitarra ed elettronica si fondono in maniera fluida grazie ad una attitudine chiaramente jazz. La costante sensazione di stasi che percepisco dall’inizio alla fine dell’album, viene raggiunta in realtà attraverso un continuo movimento, in cui melodie isolate si alternano a nuvole armoniche apparentemente caotiche ma sempre ben organizzate.
All’album hanno collaborato anche il sassofonista Sam Gendel e il batterista Chris Dave, mentre il figlio di Pino, Rocco Palladino suona il basso nella bellissima e lunghissima Heat Sink.
Altra traccia da segnalare è quella di apertura dell’album: l’arpeggiata bossa di Contour.

Si chiama Tremor il nuovo disco di Daniel Avery, in uscita per Domino dopo una carriera trascorsa quasi interamente sotto l’ala della Fantasy di Erol Alkan. Un lavoro che sorprende: alla produzione compaiono nomi legati all’universo dei Nine Inch Nails, e l’influenza si sente tutta. Tremor è un disco potentissimo, capace di unire davvero moltissimi generi senza perdere coerenza: elettronica abrasiva, tensioni industrial, incursioni ambient e persino un momento di jungle spezzata che ne completa l’ecletticità.
È esattamente ciò che non mi aspettavo da Daniel Avery, anche se il percorso di crescita era evidente, sempre lungo la scia tracciata dal suo caro amico e mentore, il compianto Andrew Weatherall. Un disco che consiglio a chi vive sul confine tra elettronica e rock più spinto.

Echo 45 Sound System, presentato da Nightmares On Wax, è un lavoro a cui tengo molto, perché contiene tante piccole cose che mi sono care: un omaggio alle radio pirata, ai sound system e alle contaminazioni storiche tra la musica giamaicana e altre culture musicali.
Dietro Nightmares On Wax c’è George Evelyn, produttore con una lunga storia alle spalle – molti di voi lo conosceranno per il suo percorso su Warp Records – che qui torna idealmente alle radici, alle musiche che hanno segnato la sua gioventù. In Echo 45 Sound System convivono trip hop, elettronica, hip hop, reggae, dub, soul e jazz, mescolati con la naturalezza che avevano i suoi grandi dischi degli anni Novanta.
Già dal titolo si intuisce il richiamo al passato: Echo 45 era un sound system, una cassa acustica, e questo disco ne recupera lo spirito. I 13 brani attraversano la scena inglese tra anni Settanta e Ottanta, tra atmosfere urbane, bassi profondi e memoria collettiva, con la partecipazione di figure storiche come Gilles Peterson, Goldie e Daddy G.
Ma non è un’operazione nostalgica: accanto a loro ci sono anche artisti contemporanei come Peng, Steady Walker e Lion Bailey, che rendono il disco assolutamente attuale. Echo 45 Sound System è un lavoro trasversale, caldo, stratificato

Cutthroat, quarto album dei Shame uscito il 5 settembre 2025 per Dead Oceans, è un disco che taglia come il titolo promette: un’osservazione cruda, precisa, della vita e delle contraddizioni che la attraversano.
Le chitarre graffiano, i bassi pulsano come un cuore in accelerazione, e la voce di Charlie Steen oscilla tra rabbia, ironia e desiderio di verità. L’album non parla semplicemente di abbandono, ma di ciò che lasciamo andare: ruoli imposti, abitudini rassicuranti, compromessi che ci limitano. In Cowards Around emerge la frustrazione verso chi si nasconde, verso ipocrisie e codardie, ma anche verso se stessi, mentre ci si confronta con le proprie paure e fragilità.
In momenti come Quiet Life il tono si fa sospeso, riflessivo: uno sguardo interiore sul desiderio di libertà, sulle scelte rimandate, sulle strade non percorse. Eppure anche nella frenesia di Cutthroat, nella corsa sfrenata dei ritmi, c’è una vitalità feroce, un impulso a vivere pienamente, senza filtri.
Cutthroat è uno specchio lanciato in faccia all’ascoltatore: graffia, scuote, invita a riconoscere le proprie contraddizioni, e allo stesso tempo a danzare davanti alla propria verità. Gli Shame dimostrano così che la maturità non spegne la furia, ma la rende più lucida, intensa e poetica.

Non è il ritorno alle origini di Lady Gaga che vogliamo segnalare e nemmeno la finta vita da show girl di Taylor Swift – che comunque continua a non piacerci.
A catturarci è il secondo album solista di Alison Goldfrapp che alla soglia dei suoi quasi sessant’anni decide di tornare indietro ai suoi venti, di citare ancora una volta, ma mai abbastanza, gli anni ’80 e, di conseguenza, di portare indietro nel tempo anche noi.
Tutti coloro che hanno passato le serate universitarie – e perché no anche vagamente LGBTQ - a Bologna una ventina di anni fa (ri)scopriranno con piacere l’attuale veste di Alison: non nuovissima, magari non originalissima, ma capace ancora di farci vibrare. Dance, synthpop a metà strada fra Kylie Minogue, i Royksopp e Roisin Murphy, i brani di Flux danno il loro meglio perché non incarnano un retro-sound urlato e sguaiato, ma sussurrato e capace di penetrare nelle vene immediatamente.
Flux è una carrellata un filo malinconica sui luoghi della notte e del cuore (e degli amori) di una volta: Locomotiv, Sesto Senso, Atlantide: è come se le loro colonne sonore non si fossero mai esaurite, ma fossero ancora in “play” dentro di noi. Le vestigia della nostra gioventù pervadono questo nuovo album.

Dopo qualche anno di assenza torna Ndagga Rhythm Force di Mark Ernestus’. Il nuovo album s'intitola Khadim.
Khadim è una straordinaria riconfigurazione del sound dei Ndagga Rhythm Force. La strumentazione è stata radicalmente ridotta. La chitarra è scomparsa, così come la concatenazione dei sabar e la batteria. Ciascuna delle quattro tracce si concentra su uno o due percussionisti; l'unico altro elemento registrato è il cant di Mbene Diatta Seck, tutto il resto è programmato. I sintetizzatori sono dialogicamente sincronizzati con la batteria. È significativo che Ernestus abbia scelto il suo amato Prophet-5, uno strumento caratteristico fin dai tempi dei Basic Channel, trent'anni fa. Dal punto di vista della trama, il suono è più dubwise, ricco di effetti. C'è una nuova spaziosità, annunciata all'inizio dai suoni ambientali della vita di strada di Dakar.
È bello sapere che Mark Ernestus non abbia avuto fretta nel re-immaginarsi il suono Ndagga Rhythm Force. Le cose buone a volte necessitano di lentezza e riflessione e questo album ne è una bella dimostrazione.

Nel luglio 2025, dopo un grave attacco epilettico che le ha fermato il cuore per otto secondi, Lucrecia Dalt ha pubblicato “caes”, un brano che parla del lasciarsi andare e del trovare il sublime nella caduta. L’esperienza l’ha segnata profondamente, aprendo una nuova fase artistica più intima e vulnerabile.
Il nuovo album A Danger to Ourselves, scritto e registrato insieme al compagno David Sylvian e uscito a Settembre per RVNG Intl., cattura questa immersione totale nel desiderio, nella fragilità e nella scoperta reciproca. Le canzoni alternano tensione e dolcezza: dal duetto iniziale “cosa rara” ai brani in cui la sua voce passa dallo spagnolo all’inglese, mantenendo una forza magnetica anche nei momenti più caotici.
Il disco è ricco di percussioni, melodie e dettagli sonori scolpiti con cura, grazie anche al contributo di artisti come Camille Mandoki, Juana Molina e il percussionista Alex Lázaro. Lucreacia Dalt flirta con il pop ma restando sempre in ambito “alt”, coerente col suo percorso artistico che esplora i confini della forma-canzone e della composizione

L’indiepop è sempre stato considerato un genere musicale abbastanza fuori moda, ingenuo e marginale, ma, allo stesso tempo, ha sempre avuto la capacità di sorprenderci e di restituirci la sensazione che qualcosa di nuovo e di bello possa ancora accadere. Nonostante le etichette di revival nostalgico e un sostanziale disinteresse commerciale, ha mantenuto intatta lungo i decenni la sua essenza: musica libera, personale, politica e profondamente umana.
Tutta questa energia, oggi, rivive in una band come le The Cords, duo scozzese formato dalle sorelle Eva e Grace Tedeschi, che con arrangiamenti essenziali e armonie vocali semplici riescono a creare qualcosa di rivelatore.
Il loro album d’esordio, intitolato semplicemente The Cords e pubblicato da Slumberland e Skep Wax, è un concentrato di melodie brillanti, energia punk e sincerità, tra brani di due minuti e ritornelli già classici.
Per poco più di mezz’ora le giovani sorelle di Glasgow corrono a tutta velocità, come se ogni canzone rincorresse la successiva e volesse scavalcarla. Il risultato, come molti hanno commentato, arriva da qualche parte tra Shop Assistants, Talulah Gosh e The Primitives. Ma le influenze storiche si trasformano in qualcosa di fresco e vitale, dimostrando che l’indiepop, ben lontano dall’essere morto, ha ancora molto da dire e da suonare.

Il disco selezionato da Alberto Simoni di Area Contaminata è il nuovo album di Paul St. Hilaire, leggendario artista originario di Dominica ma da trent’anni con base a Berlino, dove entrò presto in contatto con i pionieri della dub techno, Moritz Von Oswald e Mark Ernestus. I due utilizzarono il moniker Rhythm & Sound, per combinare ritmiche techno scheletriche con dub dai bassi molto profondi e la voce dai toni caldi di Paul St. Hilaire fu centrale al progetto.
Prendendo spunto dall’album di Rhythm & Sound w/ the artists, St. Hilaire ha ribaltato il concetto in questo suo nuovo lavoro intitolato: w/ The Producers, pubblicato dalla label tedesca Kynant. Qui ad alternarsi non sono le voci ma i produttori, in gran parte artisti emergenti della nuova scena tra dub techno, con l’eccezione di due veterani come Mala e Shinichi Atobe. La continuità invece è rappresentata dalla voce di St. Hilaire che funge da filo conduttore per l’intero album e si conferma una delle più profonde ed evocative in circolazione.

"Keys to the City: Volume One" ultimo lavoro di Robert Glasper, pubblicato lo scorso 10 ottobre, si tratta di un progetto live, non un album in studio tradizionale. Racchiude difatti selezioni tratte dalle registrazioni dei cinque anni della residenza “Robtober” di Glasper al Blue Note di New York.
Glasper ha scelto 9 tracce che, a suo avviso, incarnano momenti‑chiave di questa sua fiorente esperienza, con possibilità di contare su un cast stellare: troviamo collaborazioni con Black Thought, Thundercat, Norah Jones, Esperanza Spalding, Bilal e altri.
Il risultato finale è un ibrido fra jazz, soul, R&B, improvvisazione, e “live concert experience” che dà all’album un carattere vivo, come se fossi parte del pubblico.
Keys to the City: Volume One* è un progetto ambizioso che mette in luce il lato vivo, imperfetto e comunitario della musica di Robert Glasper. E' un ritratto di ciò che Glasper fa con il live, di quanta fiducia ha nei suoi colleghi sul palco, e di quanto crede nella musica che respira.

Dopo aver quasi rischiato un attacco di narcolessia con il nuovo album di Dave, il noiosis- plurincensato grande liricista di Brixton acclamato da tutta la critica terrestre e celeste, solo una iniezione dopaminica d’emergenza avrebbe potuto salvarmi dalle rapaci braccia di Morfeo.
Sembrava tutto perduto, e invece, per fortuna, viene in mio auto una talentuosissima ragazza conterranea del soporifero Dave: è Yazmin Lacey, con il suo nuovissimo Teal Dreams. Uscito lo scorso venerdì 24 ottobre, questa ragazza di Londra da quando ha fatto quella fortunata comparsa sul disco degli Ezra Collective è diventata per me una presenza costante e necessaria nelle routine di rigenerazione dopaminica. Una voce arricchita da arrangiamenti musicali che ne valorizzano i dettagli, i vibrati soul e le parole intrise di esperienze di vita reali, allegre, innamorate, nostalgiche e introspettive all’evenienza. A due anni dall’esordio con il suo primo disco Voice Notes, Teal Dreams è una prova realmente convincente, che neanche a dirlo, è il suo secondo disco.
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Il disco della settimana per Class+, scelto da MorraMc, è il terzo lavoro dell’artista e produttrice newyorkese Jamie Krasner, in arte James K. La sua musica viene spesso descritta come un intreccio di dream pop, trip hop, shoegaze e una nostalgia nebbiosa che avvolge ogni brano. Dopo gli anni a New York, James K si è trasferita a Berlino, dove sembra aver trovato la sintesi ideale per le sue sonorità elettroniche.
Con un passato tra studi sinfonici e scena noise, James K pubblica Friends all’inizio di settembre 2025, sorprendendo e convincendo pubblico e critica. L’artista era già nota per collaborazioni importanti, come quella con Yves Tumor, e per essere salita sul palco con Vegyn. Tuttavia, è proprio questo terzo album a segnare una svolta: un’uscita che ha conquistato molti nuovi ascoltatori e consolidato definitivamente il suo percorso artistico.

A questo punto potrebbe sembrare quasi uno scherzo, perché Laurent Fintoni finisce spesso per scegliere come disco del mese un album di Carlos Niño. Eppure, la ragione è semplice: Niño continua a creare la musica e l’arte con cui Fintoni desidera confrontarsi e che desidera ascoltare.
Questo lavoro è particolarmente speciale perché vede insieme Carlos Niño e Saul Williams, considerato uno dei più grandi poeti statunitensi della sua generazione, in un evento dal vivo alla fine del 2024. Accanto a loro compaiono ospiti di grande rilievo, tra cui Kamasi Washington e Aja Monet, due figure centrali dell’attuale scena jazz e poetica.
L’album esplora la terra fisica che abitiamo, le storie che l’hanno modellata e il potere del suono e delle parole nel tentativo di trovare una via d’uscita dalla follia della nostra condizione contemporanea — e, forse, anche la forza o la convinzione necessarie per affrontare il lavoro che ci attende.
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Cristian Adamo - Solo Lains
Ibaaku - Marjaan (Autoprodotto)

Nel giorno del solstizio d’estate in una Dakar del 2052, Marjaan, una giovane donna stremata dal peso della sua esistenza, intraprende una passeggiata urbana guidata dal jazz spirituale di Pharoah Sanders fino a una rivelazione luminosa di fronte all'Oceano Atlantico.
Queste sono le note che introducono il nuovo mini LP di Ibaaku, dal titolo Marjaan. Ibaaku è un produttore Senegalese di base a Dakar, sperimentatore di nuove sonorità provenienti dal continente africano tra afro futurismo e influenze della tradizione Joola.
Marjaan è un album delicato, dove riecheggiano le atmosfere più “sentimentali” ispirate a Pharoah Sanders, tra sax, percussioni, beat elettronici, ostinati armonici. Marjaan è un piccolo gioiello e Solo Lains ne consiglia l’ascolto.
Laura Marongiu - Solaris

Figura di culto a Londra e oltre, James Massiah ha recentemente pubblicato Bounty Law, un disco a metà tra l'album tradizionale e l'EP. Artista e poeta, in Bownty Law James Massiah elabora la rottura delle convenzioni e delle leggi relazionali (romantiche e non), in una sorta di western urbano immaginario.
Il progetto è compatto ma denso, pieno di dettagli e visioni: tra spoken word, elettronica e club culture, Massiah si muove con disinvoltura, guidato da una squadra di producer sperimentali (Cajm, Cold, 3o, Poundshop, Oliver Twist) e il mastering di Tommy Wallwork (Mount Kimbie). Le tracce scorrono tra atmosfere eleganti e notturne, passando dal salotto riflessivo di Pop Down alla dancehall ruvida e ipnotica di Peroxide.
Il suo flow è estremamente caratteristico, capace di stringere l'occhio alla dancehall, al grime e allo spoke word nel giro di poche tracce.
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Quando ascolterete le prime note del disco della settimana di NEU Radio forse vi domanderete: di QUALE settimana stiamo esattamente parlando? La prima settimana del giugno 1970? Del 1994? Del 3801 dell’Era Spaziale?
Il nuovo album degli Stereolab, il primo in studio dopo quindici anni, suona inconfondibilmente e classicamente come loro, ma è anche un intrepido e spavaldo viaggio fuori dal tempo e dallo spazio.
Instant Holograms on Metal Film, dai primi arpeggi di synth fino all’ultimo dissolversi cosmico, vede il gruppo britannico riaffermare il proprio suono – che definiamo per semplicità “retro-futurista” - rendendolo più incisivo, sia sul piano emotivo che su quello politico, per niente nostalgico.
Ricco di texture analogiche, groove motorik e armonie intrecciate, il disco non è un semplice ritorno alle origini, ma una rinascita consapevole, dal carattere agguerrito e poetico al tempo stesso.
L’album gioca su continui contrasti tra l’organico e il sintetico: clavicembali, pad quasi tridimensionali, austerità kraut, xilofoni, innesti di sezioni di fiati, improvvisazioni jazz, elettronica glitch e cambi di rotta improvvisi mantengono l’ascolto in costante movimento.
Più che reinventarsi, gli Stereolab perfezionano la loro visione e il loro manifesto, come sempre ben sintetizzati in strofe che racchiudono spesso analisi sociali e politiche.
Resistenza, immaginazione, bellezza come autentica sostanza della vita. Instant Holograms on Metal Film non è un esercizio intriso di malinconia, ma un’opera viva, in equilibrio tra distacco sereno e slancio visionario, che afferma la forza delle differenze e delle infinite possibilità.

Balloonerism, è il secondo album postumo del rapper di Pittsburgh, Mac Miller.
Come molti sapranno Mac Miller ci ha lasciati nel 2018. Infatti Balloonerism è stato composto e registrato interamente da Miller nel 2014. Poi è stato, inspiegabilmente, accantonato.
Balloonerism riesce in un'impresa spesso quasi impossibile per il rap dei giorni nostri: quella di essere acuto e ricercato, ma allo stesso tempo orecchiabilissimo, quasi pop in tanti passaggi. Tecnico e morbido allo stesso tempo. Rivolto al grande pubblico, ma mai banale o ruffiano, o per meglio dire: ruffiano si, ma in modo intelligente e molto spesso tagliente nei testi.
Segnaliamo su tutte i cori spigolosi di "Do You Have A Destination?"; il bellissimo beat rotolante di "Stoned" e la morbida ballad "Funny Papers".

Resonance: 10 years of vibrational sounds from the heart of Invisible Inc è il titolo della compilation che celebra l’anniversario dei 10 anni della label di Glasgow.
Pubblicata in formato digitale e in doppio vinile rosa, contiene 17 tracce che esplorano l’ampia gamma di sonorità che caratterizzano la label, ovvero: kosmische, downtempo, ambient, dub, elettronica dalle tonalità psichedeliche, le quali nel complesso, pur nella loro diversità, rappresentano un comune denominatore che il fondatore e colui che gestisce l’etichetta, Gordon Mackinnon, noto come GK Machine ha in mente e che tiene legate le varie uscite della Invisible Inc.
Tra gli artisti qui presenti ci sono nomi familiari per chi ha seguito l’etichetta di scozzese in questi anni come: Sordid Sound System, Higamos Hogamos e Legion of Green Man, solo per citarne alcuni. La maggioranza dei nomi qui presenti però, fanno il loro debutto sulla label. Ricordiamo tra questi: The Mediators (un trio che annovera tra le sue fila Andy Heardley dei Zoviet France), Girls Chat Room (metà dei Zillas on Acid), e il maestro americano dell’avantgarde David Van Tieghem. Senza alcun dubbio questa compilation rappresenta un altro centro per l’Invisible Inc e testimonia l’ottimo stato di salute della label.

La Mr. Bongo records ha atteso 13 anni affinché i ragazzi della Horse Meat Disco potessero selezionare diversi brani disco e boogie rigorosamente from Brazil.
Hanno visitato il paese tutti gli anni, quasi sempre durante il carnevale di Rio, spesso accompagnati da ospiti d’onore, come Princess Julia e hanno carpito il meglio dell’underground più sculettante.
Sedici brani “quente quente” alcuni emersi anche dai sintetici ma caraibici anni ’80. Comprando l’album troverete anche tre bonus track che non saranno presenti nelle piattaforme di streaming online.
Non provate neanche a mettervi comodi perché sarà impossibile rimanere sulla sedia. E fatevi pure venire l’acquolina in bocca perché, come avrete notato, questo è soltanto il primo volume.
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"Pelle D’Oca" è il secondo album della band belga Ada Oda, uscito il 21 febbraio 2025 per La Tempesta a poco più di due anni dall’uscita del debutto "Un Amore Debole". Come per il precedente disco, l'irresistibile band post-punk in bilico tra l'Italia e Bruxelles, si conferma con il suo divertente, strampalato mix di frenetico post-punk anni 80 e folle (auto ironica) pronuncia italiana, che fa il verso alla canzone d’autore italiana.
Una miscela esplosiva con testi dalla grammatica errata e accenti nel posto sbagliato che, oltrepassando il trash o il kitsch, si adattano alla metrica post-punk come se fossero cantati in inglese; un’operazione che forse solo chi non è madrelingua avrebbe potuto pensare. Una combinazione che funziona alla grande, strappandoci sorrisi e facendoci scatenare.
Sorrisi purtroppo un po’ agrodolci alla luce dell’abbandono della cantante Victoria Barracato che quindi farà di questo Pelle D’Oca il loro canto del cigno e che non ci permetterà più di assistere ai loro pazzi divertentissimi concerti.
Scritto tra il 2023 e il 2024 da César Laloux, il disco è stato registrato tra Pisa, Gand ed Atlanta; 11 brani, ricchi di citazioni, sorrisi e malinconia, che incarnano lo scontro di due sentimenti opposti: piacere e paura, due temi che nelle varie sfaccettature, attraversano tutto il disco. In chiusura dell’album la profetica "Ho amato tutto", un brano sulla grata nostalgia per ciò che è stato e non è più in una relazione al capolinea, la perfetta conclusione di questo ultimo disco.
Un grande amore, anche il nostro per loro, che seppur al capolinea, finisce con il sorriso.

Tornano i Chow con questo Eternal Lopez, un mini LP di 7 pezzi edito dalla label milanese Venti3, caratterizzata da uscite solo su vinile, single sided. Il trio bolognese conferma quanto di grandioso era stato proposto con il primo album, Ancient Gentle Tower e, se possibile, alza ulteriormente l’asticella. Quello che ormai si può definire il Chow sound si compone di un’incendiaria miscela di heavy psichedelia, filtrata da punk rock e garage sound che non lascia spazio a nessun tipo di compromesso. Ascoltare un disco dei Chow ed assistere ad una loro performance è un’esperienza lisergica che vi farà volare nell’acida San Francisco e nella disperata Detroit di fine anni 60, pur mantenendo la freschezza e l’originalità di un gruppo che, per fortuna nostra, è qui con noi, ora nel 2025.

Primo album in collaborazione tra il rapper/produttore di Chicago Saba e il rapper/produttore No ID. È una raccolta di brani creata negli anni tra i due artisti di Chicago, un album molto completo che spazia dall’hard hip-hop al new soul/jazz hip-hop. Ricco di produzioni di qualità e collaborazioni incredibili.
I due hanno iniziato a lavorare all'album quando No ID ha inviato una cartella di 130 beat a Sada, inizialmente doveva essere un mixtape ma poi i due si sono accorti che avevano tra le mani qualcosa di molto più grosso e circa 3 anni dopo, esattamente il 18 marzo 2025, è uscito l’album.

Gli archivi assumono ogni tipo di forma, soprattutto quando si tratta di musica moderna, dove tanto è stato creato e perso in così poco tempo a causa dei progressi tecnologici e delle priorità sociali.
Tra queste, preziose per molti sono le registrazioni e le sessioni perdute, storie di ciò che avrebbe potuto essere che spesso assumono uno status leggendario. Il mini album Blue Room di Steve Spacek è una di queste storie, quattro tracce registrate a Los Angeles negli anni Duemila in un momento in cui tutto stava cambiando e Spacek, allora cantante e produttore britannico poco conosciuto, si stava facendo strada con artisti statunitensi come Q-Tip e Raphael Saadiq.
Oggi, tutte le persone coinvolte hanno lasciato un segno significativo nell'hip-hop e nell'r&b e, dopo quasi due decenni, possiamo finalmente ascoltare ciò che avrebbe potuto essere e dare un senso a ciò che accadeva dietro quelle porte chiuse.
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Unknown to Known è un progetto di chiara matrice jazz, ma aperto, molto aperto ad influenze psichedeliche e quasi oniriche, impostato quasi esclusivamente sull’improvvisazione. La formazione è composta dal batterista di base a Londra ma di origini italo-pakistane, Yusuf Ahmed, la sassofonista Tamar Osborn, nota per le numerose collaborazioni con progetti del calibro di Sarathy Korwar, Emanative, e l’italiano Khalab, oltre che bandleader del gruppo Collocutor, il sassofonista e clarinettista Idris Rahman, coinvolto in collaborazioni con Ill Considered, Anoushka Shankar tra gli altri e il bassista-contrabbassista Jihad Darwish, che oltre alle produzioni a suo nome, vanta collaborazioni con artisti del calibro di Sting, Van Morrison, Moses Boyd e tantissimi altri.
Portico II è composto di soli due brani (A e B), che racchiudono però tutta la potenza dell’improvvisazione e la capacità di sospendere il tempo all’interno di un’alternanza perfetta di mantra arpeggiati ed esplosioni di fiati. Il tocco della batteria, quasi a sostenere ed avvolgere il resto degli strumenti ha una sensibilità davvero sorprendente.

Everything is Recorded è il progetto che fa capo a Richard Russell, produttore e direttore della celebre XL Recordings. Terzo album sulla lunga distanza per Russell, Temporary vanta un incredibile numero di collaboratori, tra cui Sampha, Bill Callahan, Florence Welch, Kamasi Washington e altri. Un disco di elettronica e voce onirico e delicato, Temporary è una meditazione sulla caducità delle cose, sul lutto, e sulla vita - tutti concetti che lo rendono al tempo stesso profondamente personale e universale. Musicalmente, Russell ha creato paesaggi sonori caldi ma spettrali, elettronici ma organici. Rispetto ai suoi due album precedenti, le melodie hanno la precedenza sui ritmi e ne costituiscono il continuum.

Cosa c’è di meglio in una primavera piovosa che tirare fuori una compilation di musica maliana pubblicata a febbraio dalla storica etichetta londinese Mr Bongo?
Parliamo del volume 2 di The Original Sound of Mali.
Un vero e proprio viaggio del sound eclettico e ricco di contaminazioni tra passato e futuro della musica del Mali negli anni 70, a dieci anni dall’indipendenza dalla Francia ottenuta il 22 settembre 1960.
Siamo quindi in un periodo di grande fermento musicale, in Mali:
Le etichette discografiche spesso formate in collaborazione con i dipartimenti governativi e orchestre sponsorizzate dallo Stato rappresentavano le varie regioni anche per preservare la cultura del paese prima che il mondo moderno ne accelerasse la storia. Il doppio LP + CD, arricchito da un booklet compilato dallo scrittore, giornalista Florent Mazzoleni, e da David Buttle, il vero e proprio Mr Bongo, ci immerge sempre più nella ricchezza della musica di questo paese in cui le basi e la strumentazione tradizionali si fondono con i progressi e le influenze musicali dell’epoca.
Immaginiamoci di ascoltare queste tracce negli hotel della capitale Bamako, dove le band e le orchestre affinavano il proprio sound, influenzati dalle richieste e dai gusti degli ospiti internazionali ma anche dalla strumentazione moderna sempre più disponibile.
Chitarre elettriche, influenze funk, soul e rock, ritmi cubani e il mescolarsi dei suoni provenienti da altri paesi confinanti in Africa occidentale. Oltre a questo, la tradizione non scompare: riconosciamo l'arpa ngoni e le voci in lingua maninka, che possono provenire solo dal Mali. Ascolterete brani iconici di Ousmane Kouyaté & Ambassadeurs Internationaux, Rail Band, Les Messagers du Mali, Mystère Jazz de Tombouctou e molti altri.
Ecco il disco consigliato da Mixtales questa settimana.

Past Present (Tone Poems Across Time) è il nuovo squisito album solista di Mark de Clive-Lowe, compositore e pianista nippo-neozelandese, che segna il suo debutto per l'etichetta Impressive Collective.
Un'esplorazione sonora profondamente personale di Mark, "past present" è una riflessione sulla famiglia che ottiene descrivendo il cammino del suo defunto padre nel Giappone di 70 anni fa. Il progetto è una raccolta di ambient jazz, paesaggi sonori cinematografici emozionanti che intrecciano sintetizzatori analogici con registrazioni sul campo provenienti da siti sacri giapponesi e luoghi naturali.
Mark completa la presentazione dell'album utilizzando immagini d'archivio dalla collezione fotografica privata della sua famiglia (la copertina è una fotografia scattata nel 1953 a suo padre, Robin de Clive-Lowe al Santuario di Itsukushima, Miyajima, Giappone). Anche il nome delle 11 tracce si aggiunge all'impronta cinematografico che l'artista ha voluto dare a questo ultimo lavoro
Un intero processo che paragona al viaggio nel tempo e conclude con l'ascoltatore affermando che spera che "ti porti nel tuo viaggio di immaginazione e riflessione, portandoti in luoghi inaspettati, proprio come è successo a me".
Nel mare magnum delle nuove uscite discografiche fatti guidare dai nostri redattori musicali, non da un algoritmo!
Leggi le recensioni dei migliori dischi di marzo selezionati per NEU RADIO e ascoltale nel podcast dalla loro voce, assaporando un brano tratto dal disco.
Alberto Simoni di Area Contaminata

Lust (1) è il nuovo album di Voice Actor, il progetto dietro al quale si nasconde la figura di Noa Kurzweil. Il nome Voice Actor è emerso nell’ottobre 2022 con la pubblicazione sulla label belga STROOM, nel solo formato digitale, del mastodontico album “Sent from My Telephone”, composto da 108 tracce in rigoroso ordine alfabetico, per la durata complessiva che superava le 4 ore. Tale uscita ha reso in poco tempo i Voice Actor una sorta di nome di culto nel giro ambient elettronico. L’anno successivo, visto il clamore suscitato dall’esordio, ne è stata pubblicata una versione in vinile ridotta a 16 tracce, con alcuni inediti. Fino a poche settimane fa, in realtà non si conosceva quasi nulla in merito a chi c’era dietro a questo progetto. È solo grazie ad una recente intervista rilasciata da Noa Kurzweil alla rivista online First Floor, che siamo venuti a conoscenza di diversi aspetti di come è nata e successivamente si è sviluppata l’idea di formare i Voice Actor, i quali inizialmente erano un duo, lei si occupava dei testi e il produttore olandese Levi Lanser delle musiche. Nel nuovo album Lust (1), Squu, produttore gallese ha sostituito Levi Lanser e questo è il motivo per cui l’album è accreditato a entrambi: Voice Actor & Squu. Il disco, uscito questa volta sia in vinile che in formato digitale, sempre su STROOM, oltre alle sonorità ambient e alle atmosfere sognanti già presenti nel precedente lavoro, contiene ritmiche two step e suoni elettronici astratti e glaciali che lo rendono vario e molto piacevole all’ascolto. Nel complesso una gradita conferma, per nulla scontata, che lascia ben sperare per il futuro.
MorraMc di Class+ / Beats in the Garden
Pye Corner Audio - Where Things Are Hallow: No Tomorrow

Esce per Lapsus Records un cofanetto che celebra il genio visionario di un produttore ancora non abbastanza conosciuto, Martin Jenkins in arte Pye Corner Audio. Where Things Are Hallow: No Tomorrow è un opera in vari formati che rivisita e dona nuove perle con sua caratteristica modalità slow di offrire nuovi paesaggi alla musica elettronica.
Enzo Baruffaldi di "memoria polaroid" - un blog alla radio
The Tubs – “Cotton Crown” (Trouble In Mind Records)

“Al funerale qualcuno mi ha toccato il braccio / Mi ha detto dovresti scrivere una canzone / Per onorare tua madre”... Beh, chiunque diavolo tu sia / Mi dispiace / Immagino che quella canzone sia questa."
Recita così l’ultima strofa dell’ultima canzone del nuovo album dei britannici The Tubs, intitolato “Cotton Crown”, e direi che mette bene in chiaro che cosa raccontano queste canzoni: il tema della perdita e della morte, il bisogno di confessarsi senza barriere, il fare i conti con la propria vita adulta, nonostante tutto, e con l’arte.
La scrittura di questo album è stata fortemente influenzata dal suicidio della madre del cantante Owen Williams, madre che era, a sua volta una cantante folk, Charlotte Greig. E non è un caso che Charlotte Greig compaia anche sulla copertina del disco, in una foto in cui allatta il neonato Owen, curiosamente in un cimitero.
Tutto questo doloroso groviglio di emozioni e riflessioni i Tubs, però, lo accompagnano a un suono travolgente, che riesce a tenere assieme le chitarre aggressive degli Husker Du, le melodie suadenti e avvolgenti degli Smiths e il jangle pop più scintillante di Felt e Field Mice.
Forse i Tubs non suonano più così punk come nell’esordio “Dead Meat”, ma con “Cotton Crown” mostrano di aver saputo perfezionare ulteriormente la loro scrittura, trasmettendo tutta l’urgenza delle loro canzoni, quel loro scavare feroce nelle pieghe cupe delle relazioni personali e delle nevrosi post-moderne, con una tavolozza sonora ancora più ampia, sofisticata e ricca.
Insomma, possiamo sicuramente inserire “Cotton Crown” dei The Tubs, tra i dischi indie rock migliori della stagione.
Cristian Adamo - Solo Lains
Traxman - Da Mind Of Traxman Vol.3

Nel mare magnum delle nuove uscite discografiche fatti guidare dai nostri redattori musicali, non da un algoritmo!
Leggi le recensioni dei migliori dischi di febbraio selezionati per NEU RADIO e ascoltale nel podcast dalla loro voce, assaporando un brano tratto dal disco.
Laurent Fintoni - All Tomorrow's Archives
Staying: Leaving Records Aid to Artists Impacted by the Los Angeles Wildfires by Various Artists

Los Angeles è una città che mi è cara per molte ragioni: ci ho vissuto, ho molti amici lì ed è una delle mie città preferite al mondo perché è bella in modi che spesso sono percepiti come sbagliati da molte persone dall'esterno, ma che hanno una bellezza incredibile se impari a riaggiustare la tua percezione e ti lasci vedere la città nello stesso modo in cui la vedono molti di coloro che ci vivono. All'inizio di quest'anno LA è bruciata di nuovo, ma questa volta gli incendi sono stati molto peggiori portando via parti di città e quartieri accanto a LA proprio. La devastazione è difficile da comprendere se non ci hai mai vissuto o non ci sei mai stato, ancora più difficile perché parte di essa ha avuto un impatto su molti artisti e comunità emarginate che si erano create uno spazio per se stesse che ora è cenere. Questa compilation di Leaving Records raccoglie fondi per queste vittime e dipinge un bellissimo quadro sonoro della diversità musicale e artistica che la città ospita da decenni, oltre sei ore di tracce esclusive e registrazioni dal vivo, molte delle quali di artisti direttamente colpiti. Sarà un anno lungo e sarà una lunga strada, ma le comunità colpite e la città si riprenderanno.
Gianluca Zamproni aka Zamp - 2 OR DIE
Otis Kane - “Violet”

Pur iniziando a cantare da pischello, prima di dedicarsi alla sua musica Anthony Vazquez passa molto tempo dietro le plance di missaggio e come strumentista, lavorando al suono di nomi quali Wiz Khalifa e Nick Jonas. Nel 2019 abbandona i dietro le quinte e comincia a pubblicare alcuni singoli nei panni di Otis Kane, firmando poi nel 2021 il suo primo progetto, Purple BLUE. Arriviamo al 25 gennaio 2025, giorno in cui esce Violet, secondo disco (ormai mi perseguitano...) dell’artista e nostro disco della settimana.
Dietro una copertina che omaggia le cover con faccione in primo piano e colori desaturati tipiche di tante gloriose produzioni anni ‘70, si celano 12 brani ispirati e astuti, che immortalano un artista nel pieno della sua presabene-era.
I testi esplorano in maniera recidiva le pieghe dell’amore nei suoi vari stadi, dall’epoca del solo miele e fuoco a quelli del consapevole agrodolce, il tutto accompagnato da un bel souly/funky/r’n’by sound che ci proietta tra le tinte di un rosso sole all’orizzonte schermato dalle palme di Los Angeles, terra natale di Kane.
Disco senza impegni e ottimo per accompagnare un aperitivo in terrazza, magari fra qualche mesetto, quando ci sarà̀ bisogno di un disco fresco per placare il caldo.
Igor - Cold Wave
Heartworms - “Glutton For Punishment”
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Heartworms è il progetto solista di Jojo Orme, talentuosa e giovanissima musicista inglese che, già dalle prime apparizioni, aveva messo in mostra idee molto chiare che trasformava in brani dalle caratteristiche post punk a tinte dark. A ciò accompagnava una scelta di immagine, nella quale esprimeva tutta la sua passione per l’aeronautica militare, una divisa che indossa spesso anche nei suoi live, cosa che le ha procurato qualche incomprensibile critica (ma non lo facevano anche i Clash?).
Quando è riuscita a mettere insieme qualche brano e un po’ di coraggio, ha inviato tutto alla Speedy Wunderground di Dan Carey (Squid, Fontaines DC, Goat Girl, Wet Leg, tra gli altri) che, da vecchia volpe, ha subito intuito le potenzialità di Jojo e l’ha subito aggiunta alla sua scuderia di future promesse della musica. Nel 2022 si inizia a fare sul serio, esce “Consistent Dedication” accompagnato da un video che è vera una bomba, in cui Jojo inizia cantando tra sospiri e pop sognante. Una dimensione dark che finalmente si discosta dai soliti cliché di ascolti, mentre lei si mostra sicura e sfacciata nella sua divisa militare. Nel 2023 esce il suo primo EP dal titolo “A Comforting Notion” nel quale, oltre a “Consistent Dedication”, troviamo altri pezzi che dimostrano il valore del progetto e che denotano un certo stile originale e preciso, che finirà per farla distinguere nel panorama dance-punk gotico. D’altronde, è raro vedere artisti che escono a razzo con un'identità così forte, ma Jojo Orme sa esattamente chi è e cosa vuole ottenere.
Così il 7 febbraio scorso esce finalmente la prima prova sulla lunga distanza, che è l’album di cui parliamo oggi. All’interno di "Glutton For Punishment", titolo del disco si sentono svariate influenze, da PJ Harvey (che sembra l’ispirazione più evidente) a Siouxsie (soprattutto in “Warplane” e “Celebrate”), dagli Interpol di Paul Banks per l’approccio revivalista, all’elettro rock teutonico (Fraftwerk in primis); non a caso la nostra frontman inglese ha dichiarato di adorare gli svizzeri Grauzone, che la loro storia nella new weve tedesca l’hanno fatta all’inizio degli anni 80 con un unico disco, che è una pietra miliare della Neue Deutsche Welle. Questo disco spazia con facilità e senza effetti collaterali tra il post punk, il goth e l’elettronica da dance floor a tinte cupe.
Da segnalare i brani “Jacked”, un’incontenibile e bellissima cavalcata di pura fisicità chitarristica, “Warplane”, probabilmente l’inno dell’album e l’affascinante “Extraordinary Wings”, un sinth stile Fraftwerk tagliato con un trip hop ondulato e avvolgente.
Albi Bello - Museek:Response
Om Unit - Acid Dub Studies III

Jim Coles è un’istituzione dell’underground inglese che non ha bisogno di presentazioni: tra Om Unit e Philip D Kick ha dato alla scena dub/jungle un contributo musicale fondamentale, supportato da una coerente e battagliera etica culturale, che lo ha portato recentemente ad abbandonare Spotify e a stabilirsi tra i più attivi artisti a potersi fieramente e vermanete definirsi indipendente.
Il terzo capitolo della serie Acid Dub Studies chiude la trilogia dedicata ai suoni della Roland 303, sapientemente manipolati in 3 capitoli dal valore enciclopedico. Una saga durata 5 anni che ha dato lustro a uno strumento che ha fatto storia, di cui il nostro Coles conosce i segreti e gli utilizzi più ampi ed eclettici, regalandoci un disco che va da fumose atmosfere dub fino a irresistibili gemme dancefloor, con le quali Om Unit si dimostra un eclettico producer, capace di unire più generi e stili con una serenità invidiabile. Mito!
Per non perderti nel mare magnum delle nuove uscite discografiche e non farti guidare da un algoritmo, scopri le migliori uscite discografiche selezionate dalla nostra redazione musicale!
Ecco il riassunto dei dischi del cuore di NEU RADIO di luglio
Leggi le recensioni e ascolta il podcast per scoprire direttamente dalla loro voce la recensione e gustare un brano del disco.
Max Bello, curatore di Seed

BATUKI è il nuovo disco di BlackFilter aka Pellegrino Mazzucchi, percussionista, DJ e produttore residente a Modena.
L’album è uscito lo scorso 22 aprile, per l’etichetta indipendente RAGOO RECORDS, vede in opera un nutrito gruppo di musicisti, che hanno partecipato attivamente alla creazione del disco, tra questi Dario “DADDARIO” Casillo.
La batteria o "Batuki" è stata il primo mezzo di espressione di Pellegrino. In seguito ha ampliato la sua tavolozza sonora attraverso la sperimentazione con sintetizzatori analogici e drum machine, ampiamente presenti nel disco. La fusione di questi elementi nel tempo ha dato vita al suono distintivo di BlackFilter e "Batuki": un dialogo tra ritmi afro-caraibici e jazz futuristico con accenni di electro e disco, che offre all'ascoltatore un'esperienza sonora energica e avvolgente.
Laura Marongiu, curatrice di Solaris
Fera - Psiche Liberata (Maple Death Records)

Un mix di ambient, noise, acid e minimalismo per un disco che è allo stesso tempo catartico e 'obliquo' - per definizione della label stessa - come il viaggio che si intraprende nell'ascolto.
Fera è Andrea De Franco, compositore elettronico di stanza a Bologna, noto anche per il suo lavoro di visual artist/designer e membro del collettivo Undicesimacasa. Il suo universo musicale nasce da basi di ambient e minimalismo, a cui Fera aggiunge IDM frammentata, synths distorti, ritmi e astrazioni che si intrecciano delicatamente, restituendo una atmosfera cosmica e distintiva. I temi di fondo che corrono lungo i nove brani esplorano l'universo emotivo dell'amore, della nostalgia e dell'affetto, ma sempre in modo turbolento, vulcanico, bilanciandosi tra rumore e silenzio. Una menzione d'onore alla copertina che è stata realizzata a mano da Fera stesso.
Igor, co-conduttore di Cold Wave

Già un paio di anni fa, quando mi imbattei per caso in questa band canadese (che aveva da poco pubblicato
il suo primo album, Deep in View, all’indomani dello scioglimento della precedente formazione targata
Ought), ne apprezzai l’approccio in termini di sonorità e di cantato, tant’è che lo collocai tra i miei dischi
preferiti del 2022. A differenza del loro debut album, generato dalla pandemia, l’ultimo The Gloss è stato
registrato quando i Cola si sono nel frattempo affermati come gruppo in tournée e, in quanto tale, mette in
primo piano la loro dimensione live e rumorosa, unita alla fervida intuizione di unire la primissima new
wave (Television in primis) al noise rock degli anni 90’ (Sonic Youth). The Gloss rinnova l'appartenenza dei
Cola a una confraternita di rock chitarristico spinoso e di sinistra che attraversa, oltre ai già citati, i
Pavement di Steven Malkmus, di cui prediligono il linguaggio più evocativo ed enigmatico in chiave low fi.
I brani di The Gloss sono in gran parte limitati a raffiche di tre minuti, ma ognuno di essi mostra quel senso
speciale di scoperta che si verifica quando amici intimi seguono istintivamente l'esempio dell'altro e un
semplice cambio di accordi o una pausa strategica possono trasformare all'istante l'essenza di una canzone.
Brani come "Tracing Hallmarks"; spuntano tutte le caselle della checklist post-punk contemporanea (linee di
chitarra pungenti, ritmi propulsivi, fraseggio staccato), ma si trasformano anche in ritornelli
sorprendentemente congeniali, che conferiscono a Cola una leggerezza non comuni.
Tra i brani più rappresentativi, oltre alla già citata "Tracing Hallmarks", occorre menzionare i singoli già
usciti “Pulling Quotes” e "Albatross", oltre a "Down to Size";, che richiama nel suo sound urbano i
newyorkesi Strokes, e a "Pallor Tricks";.
Se i testi del leader Tim Darcy richiedono un po'; di lavoro per essere decodificati, la band rende facile
l'immersione musicale colpendo costantemente il familiare equilibrio tra suono dissonante, melodia
sconnessa e produzione asciutta, che ha definito l'età d'oro dell'indie rock di fine anni 90’.
Se l’eredità del rock iconoclasta e oltranzista è rappresentato dai canadesi Cola, siamo certi di essere in
buone mani.
Cate De Feo, curatrice di Mixtales

Szabolcs Bognar, tastierista producer ungherese, è la mente dietro Àbáse, termine in lingua Yoruba che significa “collaborazione”. Si tratta di un progetto che si concentra sui sentieri trasversali dell'afrobeat, dell'hip hop, del jazz e dell'elettronica,
Gabriele Savioli, conduttore di Poptones
