
A tre anni da Suono in un tempo trasfigurato, il duo formato da Francesca Bono e Vittoria Burattini torna con il nuovo album Ora sono un lago, pubblicato da Maple Death Records.
Le due musiciste proseguono la loro ricerca tra elettronica sperimentale e scrittura emotiva, stavolta tramite un linguaggio sonoro più essenziale e teso. Ora Sono Un Lago si presenta come un lavoro di grande profondità: è un album che nasce da un dialogo tra ritmi e voci e dalle suggestioni poetiche di Sylvia Plath e Patrizia Cavalli, trasformate in paesaggi sonori sospesi tra intimità e tensione.
La rivista inglese Ransom Note descrive perfettamente gli elementi e le dinamiche del disco quando dice che "Burattini costruisce pattern di batteria tesi e rarefatti, che affianca alle melodie aliene di Bono, a paesaggi sonori influenzati dal kosmische e a voci scarne, quasi corali, che affiorano e si ritirano lungo tutto l’LP".
Tra voci riverberate, synth taglienti e ritmi spezzati, Bono e Burattini creano atmosfere dense e stratificate, firmando un disco che conferma la maturità e la forte identità artistica del duo.

Sono passati più di trent’anni da quando è cominciata l’avventura musicale dei tedeschi The Notwist, eppure il collettivo guidato dai fratelli Markus e Micha Acher continua a spingersi in avanti con una curiosità e una attitudine alla trasformazione che lascia incantati, tanto a ogni uscita discografica quanto a ogni occasione di vederli in concerto.
Il loro decimo album si intitola "News from Planet Zombie" ed è un un lavoro che guarda al presente con lucidità malinconica, con disincanto ma anche con una sorprendente dose di calore e umanità. I Notwist ci hanno sempre fatto attraversare territori musicali molto diversi – dal post-punk degli Anni Novanta all’elettronica più sofisticata, dal trip-hop al krautrock, passando per un jazz sperimentale e notturno.
L’album precedente, "Vertigo Days" del 2023, aveva una dimensione fortemente collaborativa (con molti interventi di artisti anche a distanza), e si può dire che "News from Planet Zombie", da un lato, spinge ancora più avanti questa direzione, ma dall’altro recupera anche un approccio live, più fisico e più diretto. Come è stato notato da diverse parti, l’importanza di questo disco, in un certo senso, risiede nello stesso metodo con cui è stato creato, dato che i Notwist hanno deciso di suonare e registrare tutti insieme nella stessa stanza, con collaboratori, amici o semplici visitatori che andavano e venivano da una sala all’interno dello spazio culturale Import Export di Monaco.
Ne è uscito un disco che, da una parte, torna a una certa travolgente irruenza chitarristica degli esordi (come nell’inquieto singolo "X-Ray" o nella tumultuosa "The Turning"), dall’altra gioca con quelle atmosfere più sofisticate, rarefatte e scopertamente sentimentali, che, dopo tutti questi anni, i Notwist sanno maneggiare e declinare con un’accuratezza davvero ammirevole e commovente (su tutte, "Who We Used To Be", che richiama alla mente i punti più alti dello storico disco "Neon Golden").
Da notare, anche, che nonostante i Notwist non siano esattamente famosi per aver realizzato cover, in questo disco ne inseriscono addirittura due: una splendida versione di "Red Sun" di Neil Young, e una rivisitazione di "How the Story Ends" dei Lovers, gruppo folk-pop di Athens, Georgia. Queste cover si inseriscono nel flusso dell'album, rivelando un aspetto dei Notwist che non conoscevamo, come acuti interpreti di scritture altrui.
Questo malandato “pianeta zombie” che il titolo richiama è una metafora delle ansie del nostro presente, un presente che a volte sembra muoversi per inerzia, sospeso tra stanchezza, una disperata sopravvivenza e una perversa voglia di autodistruzione. Come sempre, i Notwist non offrono soluzioni facili né proclami altisonanti, preferiscono lavorare sui frammenti, sulle piccole osservazioni del quotidiano, sulle nostre impressioni e sui nostri sentimenti, ovvero tutto quello che ci rende ancora, nonostante tutto, umani, pronti a fronteggiare l’ennesima schiera di zombie che sta per arrivarci addosso.

Ci sono dischi che non fanno rumore, ma restano. Creature Of Habit è così: non cerca di stupire, ma di restare abbastanza a lungo da cambiare qualcosa dentro. Arriva dopo uno spostamento — Melbourne lasciata per Los Angeles, la fine di Milk! Records - ma non è una rottura. È un assestamento. Un modo diverso di stare dentro le cose.
“Uscire dai tuoi schemi per poter vivere veramente la tua vita”: è lì che si muove questo disco. Non verso qualcosa di nuovo, ma verso qualcosa di più vero.
Courtney Barnett scava nel suo linguaggio e lo rende più essenziale. Le canzoni sembrano appunti lasciati aperti: piccoli gesti che si ripetono - preparare un caffè, osservare la luce, restare in un pensiero - fino a diventare significato.
Il suono oscilla tra nervature grunge e aperture più morbide, ma è nella chitarra che tutto prende forma: mancina, poco plettro, fingerpicking secco e percussivo. Un modo di suonare che è più ritmo che accompagnamento, più corpo che tecnica.
E forse c’entra anche il tennis: la ripetizione, la pressione, il restare dentro il gesto finché non diventa naturale. Qui ogni cosa sembra funzionare così.
Anche l’immagine conta: quella figura quasi sacra in copertina, sospesa, come se il disco stesso cercasse una forma di devozione laica — verso il tempo, verso il quotidiano.
Creature Of Habit non è una svolta. È un approfondimento.
Un diario della stasi, ma senza cinismo. Un modo per abitare davvero quello che c’è.
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Leggi le recensioni dei migliori dischi di marzo selezionati per NEU RADIO e ascoltale nel podcast dalla loro voce, assaporando un brano tratto dal disco.

Lust (1) è il nuovo album di Voice Actor, il progetto dietro al quale si nasconde la figura di Noa Kurzweil. Il nome Voice Actor è emerso nell’ottobre 2022 con la pubblicazione sulla label belga STROOM, nel solo formato digitale, del mastodontico album “Sent from My Telephone”, composto da 108 tracce in rigoroso ordine alfabetico, per la durata complessiva che superava le 4 ore. Tale uscita ha reso in poco tempo i Voice Actor una sorta di nome di culto nel giro ambient elettronico. L’anno successivo, visto il clamore suscitato dall’esordio, ne è stata pubblicata una versione in vinile ridotta a 16 tracce, con alcuni inediti. Fino a poche settimane fa, in realtà non si conosceva quasi nulla in merito a chi c’era dietro a questo progetto. È solo grazie ad una recente intervista rilasciata da Noa Kurzweil alla rivista online First Floor, che siamo venuti a conoscenza di diversi aspetti di come è nata e successivamente si è sviluppata l’idea di formare i Voice Actor, i quali inizialmente erano un duo, lei si occupava dei testi e il produttore olandese Levi Lanser delle musiche. Nel nuovo album Lust (1), Squu, produttore gallese ha sostituito Levi Lanser e questo è il motivo per cui l’album è accreditato a entrambi: Voice Actor & Squu. Il disco, uscito questa volta sia in vinile che in formato digitale, sempre su STROOM, oltre alle sonorità ambient e alle atmosfere sognanti già presenti nel precedente lavoro, contiene ritmiche two step e suoni elettronici astratti e glaciali che lo rendono vario e molto piacevole all’ascolto. Nel complesso una gradita conferma, per nulla scontata, che lascia ben sperare per il futuro.

Esce per Lapsus Records un cofanetto che celebra il genio visionario di un produttore ancora non abbastanza conosciuto, Martin Jenkins in arte Pye Corner Audio. Where Things Are Hallow: No Tomorrow è un'opera in vari formati che rivisita e dona nuove perle con sua caratteristica modalità slow di offrire nuovi paesaggi alla musica elettronica.

“Al funerale qualcuno mi ha toccato il braccio / Mi ha detto dovresti scrivere una canzone / Per onorare tua madre”... Beh, chiunque diavolo tu sia / Mi dispiace / Immagino che quella canzone sia questa."
Recita così l’ultima strofa dell’ultima canzone del nuovo album dei britannici The Tubs, intitolato “Cotton Crown”, e direi che mette bene in chiaro che cosa raccontano queste canzoni: il tema della perdita e della morte, il bisogno di confessarsi senza barriere, il fare i conti con la propria vita adulta, nonostante tutto, e con l’arte.
La scrittura di questo album è stata fortemente influenzata dal suicidio della madre del cantante Owen Williams, madre che era, a sua volta una cantante folk, Charlotte Greig. E non è un caso che Charlotte Greig compaia anche sulla copertina del disco, in una foto in cui allatta il neonato Owen, curiosamente in un cimitero.
Tutto questo doloroso groviglio di emozioni e riflessioni i Tubs, però, lo accompagnano a un suono travolgente, che riesce a tenere assieme le chitarre aggressive degli Husker Du, le melodie suadenti e avvolgenti degli Smiths e il jangle pop più scintillante di Felt e Field Mice.
Forse i Tubs non suonano più così punk come nell’esordio “Dead Meat”, ma con “Cotton Crown” mostrano di aver saputo perfezionare ulteriormente la loro scrittura, trasmettendo tutta l’urgenza delle loro canzoni, quel loro scavare feroce nelle pieghe cupe delle relazioni personali e delle nevrosi post-moderne, con una tavolozza sonora ancora più ampia, sofisticata e ricca.
Insomma, possiamo sicuramente inserire “Cotton Crown” dei The Tubs, tra i dischi indie rock migliori della stagione.
