
A tre anni da Suono in un tempo trasfigurato, il duo formato da Francesca Bono e Vittoria Burattini torna con il nuovo album Ora sono un lago, pubblicato da Maple Death Records.
Le due musiciste proseguono la loro ricerca tra elettronica sperimentale e scrittura emotiva, stavolta tramite un linguaggio sonoro più essenziale e teso. Ora Sono Un Lago si presenta come un lavoro di grande profondità: è un album che nasce da un dialogo tra ritmi e voci e dalle suggestioni poetiche di Sylvia Plath e Patrizia Cavalli, trasformate in paesaggi sonori sospesi tra intimità e tensione.
La rivista inglese Ransom Note descrive perfettamente gli elementi e le dinamiche del disco quando dice che "Burattini costruisce pattern di batteria tesi e rarefatti, che affianca alle melodie aliene di Bono, a paesaggi sonori influenzati dal kosmische e a voci scarne, quasi corali, che affiorano e si ritirano lungo tutto l’LP".
Tra voci riverberate, synth taglienti e ritmi spezzati, Bono e Burattini creano atmosfere dense e stratificate, firmando un disco che conferma la maturità e la forte identità artistica del duo.

Sono passati più di trent’anni da quando è cominciata l’avventura musicale dei tedeschi The Notwist, eppure il collettivo guidato dai fratelli Markus e Micha Acher continua a spingersi in avanti con una curiosità e una attitudine alla trasformazione che lascia incantati, tanto a ogni uscita discografica quanto a ogni occasione di vederli in concerto.
Il loro decimo album si intitola "News from Planet Zombie" ed è un un lavoro che guarda al presente con lucidità malinconica, con disincanto ma anche con una sorprendente dose di calore e umanità. I Notwist ci hanno sempre fatto attraversare territori musicali molto diversi – dal post-punk degli Anni Novanta all’elettronica più sofisticata, dal trip-hop al krautrock, passando per un jazz sperimentale e notturno.
L’album precedente, "Vertigo Days" del 2023, aveva una dimensione fortemente collaborativa (con molti interventi di artisti anche a distanza), e si può dire che "News from Planet Zombie", da un lato, spinge ancora più avanti questa direzione, ma dall’altro recupera anche un approccio live, più fisico e più diretto. Come è stato notato da diverse parti, l’importanza di questo disco, in un certo senso, risiede nello stesso metodo con cui è stato creato, dato che i Notwist hanno deciso di suonare e registrare tutti insieme nella stessa stanza, con collaboratori, amici o semplici visitatori che andavano e venivano da una sala all’interno dello spazio culturale Import Export di Monaco.
Ne è uscito un disco che, da una parte, torna a una certa travolgente irruenza chitarristica degli esordi (come nell’inquieto singolo "X-Ray" o nella tumultuosa "The Turning"), dall’altra gioca con quelle atmosfere più sofisticate, rarefatte e scopertamente sentimentali, che, dopo tutti questi anni, i Notwist sanno maneggiare e declinare con un’accuratezza davvero ammirevole e commovente (su tutte, "Who We Used To Be", che richiama alla mente i punti più alti dello storico disco "Neon Golden").
Da notare, anche, che nonostante i Notwist non siano esattamente famosi per aver realizzato cover, in questo disco ne inseriscono addirittura due: una splendida versione di "Red Sun" di Neil Young, e una rivisitazione di "How the Story Ends" dei Lovers, gruppo folk-pop di Athens, Georgia. Queste cover si inseriscono nel flusso dell'album, rivelando un aspetto dei Notwist che non conoscevamo, come acuti interpreti di scritture altrui.
Questo malandato “pianeta zombie” che il titolo richiama è una metafora delle ansie del nostro presente, un presente che a volte sembra muoversi per inerzia, sospeso tra stanchezza, una disperata sopravvivenza e una perversa voglia di autodistruzione. Come sempre, i Notwist non offrono soluzioni facili né proclami altisonanti, preferiscono lavorare sui frammenti, sulle piccole osservazioni del quotidiano, sulle nostre impressioni e sui nostri sentimenti, ovvero tutto quello che ci rende ancora, nonostante tutto, umani, pronti a fronteggiare l’ennesima schiera di zombie che sta per arrivarci addosso.

Ci sono dischi che non fanno rumore, ma restano. Creature Of Habit è così: non cerca di stupire, ma di restare abbastanza a lungo da cambiare qualcosa dentro. Arriva dopo uno spostamento — Melbourne lasciata per Los Angeles, la fine di Milk! Records - ma non è una rottura. È un assestamento. Un modo diverso di stare dentro le cose.
“Uscire dai tuoi schemi per poter vivere veramente la tua vita”: è lì che si muove questo disco. Non verso qualcosa di nuovo, ma verso qualcosa di più vero.
Courtney Barnett scava nel suo linguaggio e lo rende più essenziale. Le canzoni sembrano appunti lasciati aperti: piccoli gesti che si ripetono - preparare un caffè, osservare la luce, restare in un pensiero - fino a diventare significato.
Il suono oscilla tra nervature grunge e aperture più morbide, ma è nella chitarra che tutto prende forma: mancina, poco plettro, fingerpicking secco e percussivo. Un modo di suonare che è più ritmo che accompagnamento, più corpo che tecnica.
E forse c’entra anche il tennis: la ripetizione, la pressione, il restare dentro il gesto finché non diventa naturale. Qui ogni cosa sembra funzionare così.
Anche l’immagine conta: quella figura quasi sacra in copertina, sospesa, come se il disco stesso cercasse una forma di devozione laica — verso il tempo, verso il quotidiano.
Creature Of Habit non è una svolta. È un approfondimento.
Un diario della stasi, ma senza cinismo. Un modo per abitare davvero quello che c’è.


ElectroSoul è il nuovo e attesissimo album di DJ Harrison, produttore, polistrumentista e membro fondatore dei Butcher Brown, pubblicato dall'iconica etichetta Stones Throw Records.
Il disco rappresenta una sintesi matura e personale del percorso artistico di DJ Harrison, unendo soul, R&B, jazz, funk, hip-hop ed elettronica in un sound caldo, analogico e profondamente contemporaneo. Le produzioni si muovono tra groove raffinati, ritmiche spezzate, tastiere vintage e arrangiamenti moderni, creando unesperienza sonora fluida e immersiva.
ElectroSoul nasce da un forte spirito di collaborazione: l'album coinvolge numerosi artisti e musicisti della scena di Richmond, Virginia, tra cui vocalist e strumentisti di primo piano della nuova soul e hip-hop americana. Le tracce alternano momenti strumentali a brani cantati, mantenendo sempre un equilibrio tra sperimentazione e accessibilità.
Un lavoro che celebra la connessione tra passato e presente, tra radici soul e linguaggi elettronici moderni, confermando DJ Harrison come una delle figure più interessanti e versatili della scena contemporanea.

Nel mezzo di una raccapricciante metá di febbraio, fatta di grigio e poche ore di sole a mo’ di rinforzo intermittente (degno dei migliori manipolatori) sono usciti due progetti importanti che hanno carriato tutto la nuova consueta iniezione di musica fresca del venerdì, e probabilmente delle settimane a venire. Una é ovviamente Jilly from Philly, conosciuta anche come Jill Scott, che dopo tanti, tanti anni di lontananza dalle scene torna con un disco che sa di carbonarazza bella tronfia dopo una settimana a base di pollo ai ferri, fiocchi di Latte e Basmati - nel suo caso si parla di poco piú di 10 anni… - consapevoli che si tratterá solo di fantastica, breve eccezione . Simile sensazione me l’ha data Icon, di Bren Faiyaz, il nuovo disco della settimana.
Sapere che é stato prodotto sotto la supervisione artistica di Raphael Saadiq dovrebbe giá far tirare un sospiro di sollievo, anche un secondo se si considera che alle produzioni troviamo firme quali Chad Hugo, famoso per aver lavorato con un signore chiamato Pharrell Williams e aver cambiato il suon del rap di tutta la prima decade del 2000; all’appello anche Benny Blanco, che oltre a dare il nome a quello che ha dato il piombo a Carlito lo da a uno che ha cantato e scritto una valanga di mega successi, in giro per i dischi e playlist di tutto il mondo.
R’n’b fresco e splendente pronto da consumare, produzioni che combinano sound alla Ovo e arrangiamenti cari ai soldati soldati dello spirito con targa R’n'B. Brent Faiyaz, 30enne del Maryland, si lascia andare a testi e punti di vista piú maturi, di chi gli sta indurendosi la pelle dopo anni di Fast Life e Shawties. Disco godibile, da recuperare e artista da approfondire.

Il disco della settimana selezionato da Area Contaminata è il nuovo doppio album dei maestri dell’ambient techno, ovvero i Voices From The Lake. Il duo romano composto da Donato Dozzy e Neel torna a 13 anni dall’esordio con un nuovo lavoro che si presenta non come una collezione di 10 tracce ma come un’unico flusso sonoro che consigliamo di consumare nella sua interezza senza interruzioni. Chi conosce i lavori di Donato Dozzy riconoscerà i suoi marchi di fabbrica, ovvero i ritmi propulsivi ma al contempo morbidi e le atmosfere meditative e ipnotiche. A tutto ciò va aggiunto il lavoro certosino di Neel in fase di mixaggio e masterizzazione. L’album pubblicato dalla loro etichetta, Spazio Disponibile, rappresenta un ritorno trionfale ed un ascolto essenziale.

“That wasn’t a dream” è il secondo album frutto della collaborazione tra il produttore, chitarrista Blake Mills (che vanta collaborazioni con artisti del calibro di Beck e Fiona Apple) e lo storico bassista Pino Palladino (che ha suonato un po’ con chiunque: dagli Who a D’Angelo ai De La Soul). “That wasn’t a dream”, a dispetto del titolo, è proprio un album da sogno lucido, sospeso tra ritmiche contorte e momenti di apertura quasi allucinati. 7 tracce strumentali in cui basso, chitarra ed elettronica si fondono in maniera fluida grazie ad una attitudine chiaramente jazz. La costante sensazione di stasi che percepisco dall’inizio alla fine dell’album, viene raggiunta in realtà attraverso un continuo movimento, in cui melodie isolate si alternano a nuvole armoniche apparentemente caotiche ma sempre ben organizzate.
All’album hanno collaborato anche il sassofonista Sam Gendel e il batterista Chris Dave, mentre il figlio di Pino, Rocco Palladino suona il basso nella bellissima e lunghissima Heat Sink.
Altra traccia da segnalare è quella di apertura dell’album: l’arpeggiata bossa di Contour.

Si chiama Tremor il nuovo disco di Daniel Avery, in uscita per Domino dopo una carriera trascorsa quasi interamente sotto l’ala della Fantasy di Erol Alkan. Un lavoro che sorprende: alla produzione compaiono nomi legati all’universo dei Nine Inch Nails, e l’influenza si sente tutta. Tremor è un disco potentissimo, capace di unire davvero moltissimi generi senza perdere coerenza: elettronica abrasiva, tensioni industrial, incursioni ambient e persino un momento di jungle spezzata che ne completa l’ecletticità.
È esattamente ciò che non mi aspettavo da Daniel Avery, anche se il percorso di crescita era evidente, sempre lungo la scia tracciata dal suo caro amico e mentore, il compianto Andrew Weatherall. Un disco che consiglio a chi vive sul confine tra elettronica e rock più spinto.

Echo 45 Sound System, presentato da Nightmares On Wax, è un lavoro a cui tengo molto, perché contiene tante piccole cose che mi sono care: un omaggio alle radio pirata, ai sound system e alle contaminazioni storiche tra la musica giamaicana e altre culture musicali.
Dietro Nightmares On Wax c’è George Evelyn, produttore con una lunga storia alle spalle – molti di voi lo conosceranno per il suo percorso su Warp Records – che qui torna idealmente alle radici, alle musiche che hanno segnato la sua gioventù. In Echo 45 Sound System convivono trip hop, elettronica, hip hop, reggae, dub, soul e jazz, mescolati con la naturalezza che avevano i suoi grandi dischi degli anni Novanta.
Già dal titolo si intuisce il richiamo al passato: Echo 45 era un sound system, una cassa acustica, e questo disco ne recupera lo spirito. I 13 brani attraversano la scena inglese tra anni Settanta e Ottanta, tra atmosfere urbane, bassi profondi e memoria collettiva, con la partecipazione di figure storiche come Gilles Peterson, Goldie e Daddy G.
Ma non è un’operazione nostalgica: accanto a loro ci sono anche artisti contemporanei come Peng, Steady Walker e Lion Bailey, che rendono il disco assolutamente attuale. Echo 45 Sound System è un lavoro trasversale, caldo, stratificato

Cutthroat, quarto album dei Shame uscito il 5 settembre 2025 per Dead Oceans, è un disco che taglia come il titolo promette: un’osservazione cruda, precisa, della vita e delle contraddizioni che la attraversano.
Le chitarre graffiano, i bassi pulsano come un cuore in accelerazione, e la voce di Charlie Steen oscilla tra rabbia, ironia e desiderio di verità. L’album non parla semplicemente di abbandono, ma di ciò che lasciamo andare: ruoli imposti, abitudini rassicuranti, compromessi che ci limitano. In Cowards Around emerge la frustrazione verso chi si nasconde, verso ipocrisie e codardie, ma anche verso se stessi, mentre ci si confronta con le proprie paure e fragilità.
In momenti come Quiet Life il tono si fa sospeso, riflessivo: uno sguardo interiore sul desiderio di libertà, sulle scelte rimandate, sulle strade non percorse. Eppure anche nella frenesia di Cutthroat, nella corsa sfrenata dei ritmi, c’è una vitalità feroce, un impulso a vivere pienamente, senza filtri.
Cutthroat è uno specchio lanciato in faccia all’ascoltatore: graffia, scuote, invita a riconoscere le proprie contraddizioni, e allo stesso tempo a danzare davanti alla propria verità. Gli Shame dimostrano così che la maturità non spegne la furia, ma la rende più lucida, intensa e poetica.

Non è il ritorno alle origini di Lady Gaga che vogliamo segnalare e nemmeno la finta vita da show girl di Taylor Swift – che comunque continua a non piacerci.
A catturarci è il secondo album solista di Alison Goldfrapp che alla soglia dei suoi quasi sessant’anni decide di tornare indietro ai suoi venti, di citare ancora una volta, ma mai abbastanza, gli anni ’80 e, di conseguenza, di portare indietro nel tempo anche noi.
Tutti coloro che hanno passato le serate universitarie – e perché no anche vagamente LGBTQ - a Bologna una ventina di anni fa (ri)scopriranno con piacere l’attuale veste di Alison: non nuovissima, magari non originalissima, ma capace ancora di farci vibrare. Dance, synthpop a metà strada fra Kylie Minogue, i Royksopp e Roisin Murphy, i brani di Flux danno il loro meglio perché non incarnano un retro-sound urlato e sguaiato, ma sussurrato e capace di penetrare nelle vene immediatamente.
Flux è una carrellata un filo malinconica sui luoghi della notte e del cuore (e degli amori) di una volta: Locomotiv, Sesto Senso, Atlantide: è come se le loro colonne sonore non si fossero mai esaurite, ma fossero ancora in “play” dentro di noi. Le vestigia della nostra gioventù pervadono questo nuovo album.

Dopo qualche anno di assenza torna Ndagga Rhythm Force di Mark Ernestus’. Il nuovo album s'intitola Khadim.
Khadim è una straordinaria riconfigurazione del sound dei Ndagga Rhythm Force. La strumentazione è stata radicalmente ridotta. La chitarra è scomparsa, così come la concatenazione dei sabar e la batteria. Ciascuna delle quattro tracce si concentra su uno o due percussionisti; l'unico altro elemento registrato è il cant di Mbene Diatta Seck, tutto il resto è programmato. I sintetizzatori sono dialogicamente sincronizzati con la batteria. È significativo che Ernestus abbia scelto il suo amato Prophet-5, uno strumento caratteristico fin dai tempi dei Basic Channel, trent'anni fa. Dal punto di vista della trama, il suono è più dubwise, ricco di effetti. C'è una nuova spaziosità, annunciata all'inizio dai suoni ambientali della vita di strada di Dakar.
È bello sapere che Mark Ernestus non abbia avuto fretta nel re-immaginarsi il suono Ndagga Rhythm Force. Le cose buone a volte necessitano di lentezza e riflessione e questo album ne è una bella dimostrazione.

Nel luglio 2025, dopo un grave attacco epilettico che le ha fermato il cuore per otto secondi, Lucrecia Dalt ha pubblicato “caes”, un brano che parla del lasciarsi andare e del trovare il sublime nella caduta. L’esperienza l’ha segnata profondamente, aprendo una nuova fase artistica più intima e vulnerabile.
Il nuovo album A Danger to Ourselves, scritto e registrato insieme al compagno David Sylvian e uscito a Settembre per RVNG Intl., cattura questa immersione totale nel desiderio, nella fragilità e nella scoperta reciproca. Le canzoni alternano tensione e dolcezza: dal duetto iniziale “cosa rara” ai brani in cui la sua voce passa dallo spagnolo all’inglese, mantenendo una forza magnetica anche nei momenti più caotici.
Il disco è ricco di percussioni, melodie e dettagli sonori scolpiti con cura, grazie anche al contributo di artisti come Camille Mandoki, Juana Molina e il percussionista Alex Lázaro. Lucreacia Dalt flirta con il pop ma restando sempre in ambito “alt”, coerente col suo percorso artistico che esplora i confini della forma-canzone e della composizione

L’indiepop è sempre stato considerato un genere musicale abbastanza fuori moda, ingenuo e marginale, ma, allo stesso tempo, ha sempre avuto la capacità di sorprenderci e di restituirci la sensazione che qualcosa di nuovo e di bello possa ancora accadere. Nonostante le etichette di revival nostalgico e un sostanziale disinteresse commerciale, ha mantenuto intatta lungo i decenni la sua essenza: musica libera, personale, politica e profondamente umana.
Tutta questa energia, oggi, rivive in una band come le The Cords, duo scozzese formato dalle sorelle Eva e Grace Tedeschi, che con arrangiamenti essenziali e armonie vocali semplici riescono a creare qualcosa di rivelatore.
Il loro album d’esordio, intitolato semplicemente The Cords e pubblicato da Slumberland e Skep Wax, è un concentrato di melodie brillanti, energia punk e sincerità, tra brani di due minuti e ritornelli già classici.
Per poco più di mezz’ora le giovani sorelle di Glasgow corrono a tutta velocità, come se ogni canzone rincorresse la successiva e volesse scavalcarla. Il risultato, come molti hanno commentato, arriva da qualche parte tra Shop Assistants, Talulah Gosh e The Primitives. Ma le influenze storiche si trasformano in qualcosa di fresco e vitale, dimostrando che l’indiepop, ben lontano dall’essere morto, ha ancora molto da dire e da suonare.

Il disco selezionato da Alberto Simoni di Area Contaminata è il nuovo album di Paul St. Hilaire, leggendario artista originario di Dominica ma da trent’anni con base a Berlino, dove entrò presto in contatto con i pionieri della dub techno, Moritz Von Oswald e Mark Ernestus. I due utilizzarono il moniker Rhythm & Sound, per combinare ritmiche techno scheletriche con dub dai bassi molto profondi e la voce dai toni caldi di Paul St. Hilaire fu centrale al progetto.
Prendendo spunto dall’album di Rhythm & Sound w/ the artists, St. Hilaire ha ribaltato il concetto in questo suo nuovo lavoro intitolato: w/ The Producers, pubblicato dalla label tedesca Kynant. Qui ad alternarsi non sono le voci ma i produttori, in gran parte artisti emergenti della nuova scena tra dub techno, con l’eccezione di due veterani come Mala e Shinichi Atobe. La continuità invece è rappresentata dalla voce di St. Hilaire che funge da filo conduttore per l’intero album e si conferma una delle più profonde ed evocative in circolazione.

"Keys to the City: Volume One" ultimo lavoro di Robert Glasper, pubblicato lo scorso 10 ottobre, si tratta di un progetto live, non un album in studio tradizionale. Racchiude difatti selezioni tratte dalle registrazioni dei cinque anni della residenza “Robtober” di Glasper al Blue Note di New York.
Glasper ha scelto 9 tracce che, a suo avviso, incarnano momenti‑chiave di questa sua fiorente esperienza, con possibilità di contare su un cast stellare: troviamo collaborazioni con Black Thought, Thundercat, Norah Jones, Esperanza Spalding, Bilal e altri.
Il risultato finale è un ibrido fra jazz, soul, R&B, improvvisazione, e “live concert experience” che dà all’album un carattere vivo, come se fossi parte del pubblico.
Keys to the City: Volume One* è un progetto ambizioso che mette in luce il lato vivo, imperfetto e comunitario della musica di Robert Glasper. E' un ritratto di ciò che Glasper fa con il live, di quanta fiducia ha nei suoi colleghi sul palco, e di quanto crede nella musica che respira.

Dopo aver quasi rischiato un attacco di narcolessia con il nuovo album di Dave, il noiosis- plurincensato grande liricista di Brixton acclamato da tutta la critica terrestre e celeste, solo una iniezione dopaminica d’emergenza avrebbe potuto salvarmi dalle rapaci braccia di Morfeo.
Sembrava tutto perduto, e invece, per fortuna, viene in mio auto una talentuosissima ragazza conterranea del soporifero Dave: è Yazmin Lacey, con il suo nuovissimo Teal Dreams. Uscito lo scorso venerdì 24 ottobre, questa ragazza di Londra da quando ha fatto quella fortunata comparsa sul disco degli Ezra Collective è diventata per me una presenza costante e necessaria nelle routine di rigenerazione dopaminica. Una voce arricchita da arrangiamenti musicali che ne valorizzano i dettagli, i vibrati soul e le parole intrise di esperienze di vita reali, allegre, innamorate, nostalgiche e introspettive all’evenienza. A due anni dall’esordio con il suo primo disco Voice Notes, Teal Dreams è una prova realmente convincente, che neanche a dirlo, è il suo secondo disco.
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Il disco della settimana per Class+, scelto da MorraMc, è il terzo lavoro dell’artista e produttrice newyorkese Jamie Krasner, in arte James K. La sua musica viene spesso descritta come un intreccio di dream pop, trip hop, shoegaze e una nostalgia nebbiosa che avvolge ogni brano. Dopo gli anni a New York, James K si è trasferita a Berlino, dove sembra aver trovato la sintesi ideale per le sue sonorità elettroniche.
Con un passato tra studi sinfonici e scena noise, James K pubblica Friends all’inizio di settembre 2025, sorprendendo e convincendo pubblico e critica. L’artista era già nota per collaborazioni importanti, come quella con Yves Tumor, e per essere salita sul palco con Vegyn. Tuttavia, è proprio questo terzo album a segnare una svolta: un’uscita che ha conquistato molti nuovi ascoltatori e consolidato definitivamente il suo percorso artistico.

A questo punto potrebbe sembrare quasi uno scherzo, perché Laurent Fintoni finisce spesso per scegliere come disco del mese un album di Carlos Niño. Eppure, la ragione è semplice: Niño continua a creare la musica e l’arte con cui Fintoni desidera confrontarsi e che desidera ascoltare.
Questo lavoro è particolarmente speciale perché vede insieme Carlos Niño e Saul Williams, considerato uno dei più grandi poeti statunitensi della sua generazione, in un evento dal vivo alla fine del 2024. Accanto a loro compaiono ospiti di grande rilievo, tra cui Kamasi Washington e Aja Monet, due figure centrali dell’attuale scena jazz e poetica.
L’album esplora la terra fisica che abitiamo, le storie che l’hanno modellata e il potere del suono e delle parole nel tentativo di trovare una via d’uscita dalla follia della nostra condizione contemporanea — e, forse, anche la forza o la convinzione necessarie per affrontare il lavoro che ci attende.
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Cristian Adamo - Solo Lains
Ibaaku - Marjaan (Autoprodotto)

Nel giorno del solstizio d’estate in una Dakar del 2052, Marjaan, una giovane donna stremata dal peso della sua esistenza, intraprende una passeggiata urbana guidata dal jazz spirituale di Pharoah Sanders fino a una rivelazione luminosa di fronte all'Oceano Atlantico.
Queste sono le note che introducono il nuovo mini LP di Ibaaku, dal titolo Marjaan. Ibaaku è un produttore Senegalese di base a Dakar, sperimentatore di nuove sonorità provenienti dal continente africano tra afro futurismo e influenze della tradizione Joola.
Marjaan è un album delicato, dove riecheggiano le atmosfere più “sentimentali” ispirate a Pharoah Sanders, tra sax, percussioni, beat elettronici, ostinati armonici. Marjaan è un piccolo gioiello e Solo Lains ne consiglia l’ascolto.
Laura Marongiu - Solaris

Figura di culto a Londra e oltre, James Massiah ha recentemente pubblicato Bounty Law, un disco a metà tra l'album tradizionale e l'EP. Artista e poeta, in Bownty Law James Massiah elabora la rottura delle convenzioni e delle leggi relazionali (romantiche e non), in una sorta di western urbano immaginario.
Il progetto è compatto ma denso, pieno di dettagli e visioni: tra spoken word, elettronica e club culture, Massiah si muove con disinvoltura, guidato da una squadra di producer sperimentali (Cajm, Cold, 3o, Poundshop, Oliver Twist) e il mastering di Tommy Wallwork (Mount Kimbie). Le tracce scorrono tra atmosfere eleganti e notturne, passando dal salotto riflessivo di Pop Down alla dancehall ruvida e ipnotica di Peroxide.
Il suo flow è estremamente caratteristico, capace di stringere l'occhio alla dancehall, al grime e allo spoke word nel giro di poche tracce.
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Quando ascolterete le prime note del disco della settimana di NEU Radio forse vi domanderete: di QUALE settimana stiamo esattamente parlando? La prima settimana del giugno 1970? Del 1994? Del 3801 dell’Era Spaziale?
Il nuovo album degli Stereolab, il primo in studio dopo quindici anni, suona inconfondibilmente e classicamente come loro, ma è anche un intrepido e spavaldo viaggio fuori dal tempo e dallo spazio.
Instant Holograms on Metal Film, dai primi arpeggi di synth fino all’ultimo dissolversi cosmico, vede il gruppo britannico riaffermare il proprio suono – che definiamo per semplicità “retro-futurista” - rendendolo più incisivo, sia sul piano emotivo che su quello politico, per niente nostalgico.
Ricco di texture analogiche, groove motorik e armonie intrecciate, il disco non è un semplice ritorno alle origini, ma una rinascita consapevole, dal carattere agguerrito e poetico al tempo stesso.
L’album gioca su continui contrasti tra l’organico e il sintetico: clavicembali, pad quasi tridimensionali, austerità kraut, xilofoni, innesti di sezioni di fiati, improvvisazioni jazz, elettronica glitch e cambi di rotta improvvisi mantengono l’ascolto in costante movimento.
Più che reinventarsi, gli Stereolab perfezionano la loro visione e il loro manifesto, come sempre ben sintetizzati in strofe che racchiudono spesso analisi sociali e politiche.
Resistenza, immaginazione, bellezza come autentica sostanza della vita. Instant Holograms on Metal Film non è un esercizio intriso di malinconia, ma un’opera viva, in equilibrio tra distacco sereno e slancio visionario, che afferma la forza delle differenze e delle infinite possibilità.

Balloonerism, è il secondo album postumo del rapper di Pittsburgh, Mac Miller.
Come molti sapranno Mac Miller ci ha lasciati nel 2018. Infatti Balloonerism è stato composto e registrato interamente da Miller nel 2014. Poi è stato, inspiegabilmente, accantonato.
Balloonerism riesce in un'impresa spesso quasi impossibile per il rap dei giorni nostri: quella di essere acuto e ricercato, ma allo stesso tempo orecchiabilissimo, quasi pop in tanti passaggi. Tecnico e morbido allo stesso tempo. Rivolto al grande pubblico, ma mai banale o ruffiano, o per meglio dire: ruffiano si, ma in modo intelligente e molto spesso tagliente nei testi.
Segnaliamo su tutte i cori spigolosi di "Do You Have A Destination?"; il bellissimo beat rotolante di "Stoned" e la morbida ballad "Funny Papers".

Resonance: 10 years of vibrational sounds from the heart of Invisible Inc è il titolo della compilation che celebra l’anniversario dei 10 anni della label di Glasgow.
Pubblicata in formato digitale e in doppio vinile rosa, contiene 17 tracce che esplorano l’ampia gamma di sonorità che caratterizzano la label, ovvero: kosmische, downtempo, ambient, dub, elettronica dalle tonalità psichedeliche, le quali nel complesso, pur nella loro diversità, rappresentano un comune denominatore che il fondatore e colui che gestisce l’etichetta, Gordon Mackinnon, noto come GK Machine ha in mente e che tiene legate le varie uscite della Invisible Inc.
Tra gli artisti qui presenti ci sono nomi familiari per chi ha seguito l’etichetta di scozzese in questi anni come: Sordid Sound System, Higamos Hogamos e Legion of Green Man, solo per citarne alcuni. La maggioranza dei nomi qui presenti però, fanno il loro debutto sulla label. Ricordiamo tra questi: The Mediators (un trio che annovera tra le sue fila Andy Heardley dei Zoviet France), Girls Chat Room (metà dei Zillas on Acid), e il maestro americano dell’avantgarde David Van Tieghem. Senza alcun dubbio questa compilation rappresenta un altro centro per l’Invisible Inc e testimonia l’ottimo stato di salute della label.

La Mr. Bongo records ha atteso 13 anni affinché i ragazzi della Horse Meat Disco potessero selezionare diversi brani disco e boogie rigorosamente from Brazil.
Hanno visitato il paese tutti gli anni, quasi sempre durante il carnevale di Rio, spesso accompagnati da ospiti d’onore, come Princess Julia e hanno carpito il meglio dell’underground più sculettante.
Sedici brani “quente quente” alcuni emersi anche dai sintetici ma caraibici anni ’80. Comprando l’album troverete anche tre bonus track che non saranno presenti nelle piattaforme di streaming online.
Non provate neanche a mettervi comodi perché sarà impossibile rimanere sulla sedia. E fatevi pure venire l’acquolina in bocca perché, come avrete notato, questo è soltanto il primo volume.
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Unknown to Known è un progetto di chiara matrice jazz, ma aperto, molto aperto ad influenze psichedeliche e quasi oniriche, impostato quasi esclusivamente sull’improvvisazione. La formazione è composta dal batterista di base a Londra ma di origini italo-pakistane, Yusuf Ahmed, la sassofonista Tamar Osborn, nota per le numerose collaborazioni con progetti del calibro di Sarathy Korwar, Emanative, e l’italiano Khalab, oltre che bandleader del gruppo Collocutor, il sassofonista e clarinettista Idris Rahman, coinvolto in collaborazioni con Ill Considered, Anoushka Shankar tra gli altri e il bassista-contrabbassista Jihad Darwish, che oltre alle produzioni a suo nome, vanta collaborazioni con artisti del calibro di Sting, Van Morrison, Moses Boyd e tantissimi altri.
Portico II è composto di soli due brani (A e B), che racchiudono però tutta la potenza dell’improvvisazione e la capacità di sospendere il tempo all’interno di un’alternanza perfetta di mantra arpeggiati ed esplosioni di fiati. Il tocco della batteria, quasi a sostenere ed avvolgere il resto degli strumenti ha una sensibilità davvero sorprendente.

Everything is Recorded è il progetto che fa capo a Richard Russell, produttore e direttore della celebre XL Recordings. Terzo album sulla lunga distanza per Russell, Temporary vanta un incredibile numero di collaboratori, tra cui Sampha, Bill Callahan, Florence Welch, Kamasi Washington e altri. Un disco di elettronica e voce onirico e delicato, Temporary è una meditazione sulla caducità delle cose, sul lutto, e sulla vita - tutti concetti che lo rendono al tempo stesso profondamente personale e universale. Musicalmente, Russell ha creato paesaggi sonori caldi ma spettrali, elettronici ma organici. Rispetto ai suoi due album precedenti, le melodie hanno la precedenza sui ritmi e ne costituiscono il continuum.

Cosa c’è di meglio in una primavera piovosa che tirare fuori una compilation di musica maliana pubblicata a febbraio dalla storica etichetta londinese Mr Bongo?
Parliamo del volume 2 di The Original Sound of Mali.
Un vero e proprio viaggio del sound eclettico e ricco di contaminazioni tra passato e futuro della musica del Mali negli anni 70, a dieci anni dall’indipendenza dalla Francia ottenuta il 22 settembre 1960.
Siamo quindi in un periodo di grande fermento musicale, in Mali:
Le etichette discografiche spesso formate in collaborazione con i dipartimenti governativi e orchestre sponsorizzate dallo Stato rappresentavano le varie regioni anche per preservare la cultura del paese prima che il mondo moderno ne accelerasse la storia. Il doppio LP + CD, arricchito da un booklet compilato dallo scrittore, giornalista Florent Mazzoleni, e da David Buttle, il vero e proprio Mr Bongo, ci immerge sempre più nella ricchezza della musica di questo paese in cui le basi e la strumentazione tradizionali si fondono con i progressi e le influenze musicali dell’epoca.
Immaginiamoci di ascoltare queste tracce negli hotel della capitale Bamako, dove le band e le orchestre affinavano il proprio sound, influenzati dalle richieste e dai gusti degli ospiti internazionali ma anche dalla strumentazione moderna sempre più disponibile.
Chitarre elettriche, influenze funk, soul e rock, ritmi cubani e il mescolarsi dei suoni provenienti da altri paesi confinanti in Africa occidentale. Oltre a questo, la tradizione non scompare: riconosciamo l'arpa ngoni e le voci in lingua maninka, che possono provenire solo dal Mali. Ascolterete brani iconici di Ousmane Kouyaté & Ambassadeurs Internationaux, Rail Band, Les Messagers du Mali, Mystère Jazz de Tombouctou e molti altri.
Ecco il disco consigliato da Mixtales questa settimana.

Past Present (Tone Poems Across Time) è il nuovo squisito album solista di Mark de Clive-Lowe, compositore e pianista nippo-neozelandese, che segna il suo debutto per l'etichetta Impressive Collective.
Un'esplorazione sonora profondamente personale di Mark, "past present" è una riflessione sulla famiglia che ottiene descrivendo il cammino del suo defunto padre nel Giappone di 70 anni fa. Il progetto è una raccolta di ambient jazz, paesaggi sonori cinematografici emozionanti che intrecciano sintetizzatori analogici con registrazioni sul campo provenienti da siti sacri giapponesi e luoghi naturali.
Mark completa la presentazione dell'album utilizzando immagini d'archivio dalla collezione fotografica privata della sua famiglia (la copertina è una fotografia scattata nel 1953 a suo padre, Robin de Clive-Lowe al Santuario di Itsukushima, Miyajima, Giappone). Anche il nome delle 11 tracce si aggiunge all'impronta cinematografico che l'artista ha voluto dare a questo ultimo lavoro
Un intero processo che paragona al viaggio nel tempo e conclude con l'ascoltatore affermando che spera che "ti porti nel tuo viaggio di immaginazione e riflessione, portandoti in luoghi inaspettati, proprio come è successo a me".
Nel mare magnum delle nuove uscite discografiche fatti guidare dai nostri redattori musicali, non da un algoritmo!
Leggi le recensioni dei migliori dischi di febbraio selezionati per NEU RADIO e ascoltale nel podcast dalla loro voce, assaporando un brano tratto dal disco.
Laurent Fintoni - All Tomorrow's Archives
Staying: Leaving Records Aid to Artists Impacted by the Los Angeles Wildfires by Various Artists

Los Angeles è una città che mi è cara per molte ragioni: ci ho vissuto, ho molti amici lì ed è una delle mie città preferite al mondo perché è bella in modi che spesso sono percepiti come sbagliati da molte persone dall'esterno, ma che hanno una bellezza incredibile se impari a riaggiustare la tua percezione e ti lasci vedere la città nello stesso modo in cui la vedono molti di coloro che ci vivono. All'inizio di quest'anno LA è bruciata di nuovo, ma questa volta gli incendi sono stati molto peggiori portando via parti di città e quartieri accanto a LA proprio. La devastazione è difficile da comprendere se non ci hai mai vissuto o non ci sei mai stato, ancora più difficile perché parte di essa ha avuto un impatto su molti artisti e comunità emarginate che si erano create uno spazio per se stesse che ora è cenere. Questa compilation di Leaving Records raccoglie fondi per queste vittime e dipinge un bellissimo quadro sonoro della diversità musicale e artistica che la città ospita da decenni, oltre sei ore di tracce esclusive e registrazioni dal vivo, molte delle quali di artisti direttamente colpiti. Sarà un anno lungo e sarà una lunga strada, ma le comunità colpite e la città si riprenderanno.
Gianluca Zamproni aka Zamp - 2 OR DIE
Otis Kane - “Violet”

Pur iniziando a cantare da pischello, prima di dedicarsi alla sua musica Anthony Vazquez passa molto tempo dietro le plance di missaggio e come strumentista, lavorando al suono di nomi quali Wiz Khalifa e Nick Jonas. Nel 2019 abbandona i dietro le quinte e comincia a pubblicare alcuni singoli nei panni di Otis Kane, firmando poi nel 2021 il suo primo progetto, Purple BLUE. Arriviamo al 25 gennaio 2025, giorno in cui esce Violet, secondo disco (ormai mi perseguitano...) dell’artista e nostro disco della settimana.
Dietro una copertina che omaggia le cover con faccione in primo piano e colori desaturati tipiche di tante gloriose produzioni anni ‘70, si celano 12 brani ispirati e astuti, che immortalano un artista nel pieno della sua presabene-era.
I testi esplorano in maniera recidiva le pieghe dell’amore nei suoi vari stadi, dall’epoca del solo miele e fuoco a quelli del consapevole agrodolce, il tutto accompagnato da un bel souly/funky/r’n’by sound che ci proietta tra le tinte di un rosso sole all’orizzonte schermato dalle palme di Los Angeles, terra natale di Kane.
Disco senza impegni e ottimo per accompagnare un aperitivo in terrazza, magari fra qualche mesetto, quando ci sarà̀ bisogno di un disco fresco per placare il caldo.
Igor - Cold Wave
Heartworms - “Glutton For Punishment”
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Heartworms è il progetto solista di Jojo Orme, talentuosa e giovanissima musicista inglese che, già dalle prime apparizioni, aveva messo in mostra idee molto chiare che trasformava in brani dalle caratteristiche post punk a tinte dark. A ciò accompagnava una scelta di immagine, nella quale esprimeva tutta la sua passione per l’aeronautica militare, una divisa che indossa spesso anche nei suoi live, cosa che le ha procurato qualche incomprensibile critica (ma non lo facevano anche i Clash?).
Quando è riuscita a mettere insieme qualche brano e un po’ di coraggio, ha inviato tutto alla Speedy Wunderground di Dan Carey (Squid, Fontaines DC, Goat Girl, Wet Leg, tra gli altri) che, da vecchia volpe, ha subito intuito le potenzialità di Jojo e l’ha subito aggiunta alla sua scuderia di future promesse della musica. Nel 2022 si inizia a fare sul serio, esce “Consistent Dedication” accompagnato da un video che è vera una bomba, in cui Jojo inizia cantando tra sospiri e pop sognante. Una dimensione dark che finalmente si discosta dai soliti cliché di ascolti, mentre lei si mostra sicura e sfacciata nella sua divisa militare. Nel 2023 esce il suo primo EP dal titolo “A Comforting Notion” nel quale, oltre a “Consistent Dedication”, troviamo altri pezzi che dimostrano il valore del progetto e che denotano un certo stile originale e preciso, che finirà per farla distinguere nel panorama dance-punk gotico. D’altronde, è raro vedere artisti che escono a razzo con un'identità così forte, ma Jojo Orme sa esattamente chi è e cosa vuole ottenere.
Così il 7 febbraio scorso esce finalmente la prima prova sulla lunga distanza, che è l’album di cui parliamo oggi. All’interno di "Glutton For Punishment", titolo del disco si sentono svariate influenze, da PJ Harvey (che sembra l’ispirazione più evidente) a Siouxsie (soprattutto in “Warplane” e “Celebrate”), dagli Interpol di Paul Banks per l’approccio revivalista, all’elettro rock teutonico (Fraftwerk in primis); non a caso la nostra frontman inglese ha dichiarato di adorare gli svizzeri Grauzone, che la loro storia nella new weve tedesca l’hanno fatta all’inizio degli anni 80 con un unico disco, che è una pietra miliare della Neue Deutsche Welle. Questo disco spazia con facilità e senza effetti collaterali tra il post punk, il goth e l’elettronica da dance floor a tinte cupe.
Da segnalare i brani “Jacked”, un’incontenibile e bellissima cavalcata di pura fisicità chitarristica, “Warplane”, probabilmente l’inno dell’album e l’affascinante “Extraordinary Wings”, un sinth stile Fraftwerk tagliato con un trip hop ondulato e avvolgente.
Albi Bello - Museek:Response
Om Unit - Acid Dub Studies III

Jim Coles è un’istituzione dell’underground inglese che non ha bisogno di presentazioni: tra Om Unit e Philip D Kick ha dato alla scena dub/jungle un contributo musicale fondamentale, supportato da una coerente e battagliera etica culturale, che lo ha portato recentemente ad abbandonare Spotify e a stabilirsi tra i più attivi artisti a potersi fieramente e vermanete definirsi indipendente.
Il terzo capitolo della serie Acid Dub Studies chiude la trilogia dedicata ai suoni della Roland 303, sapientemente manipolati in 3 capitoli dal valore enciclopedico. Una saga durata 5 anni che ha dato lustro a uno strumento che ha fatto storia, di cui il nostro Coles conosce i segreti e gli utilizzi più ampi ed eclettici, regalandoci un disco che va da fumose atmosfere dub fino a irresistibili gemme dancefloor, con le quali Om Unit si dimostra un eclettico producer, capace di unire più generi e stili con una serenità invidiabile. Mito!
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Gabriele Savioli - Poptones
THE LINGS – WE CAN’T BE FRIENDS (Slack, 2024)

Secondo album per i Lings, la band di base fra Mantova e Verona. We can’t be friends, questo è il titolo del nuovo lavoro, conferma in pieno le aspettative nate dopo il sorprendente esordio omonimo del 2022. Rispetto al primo album, nel quale la band sapeva districarsi in maniera eccezionale tra power pop, moody garage e jangle jangle folk, nella migliore tradizione westcoastiana, il lavoro in questione aggiunge elementi tra l’indie e il britpop di metà anni ’90 (echi di Supergrass, Northern Uproar e Teenage Fanclub, nei brani più intimi e acustici) e country rock, abbracciando così in pieno l’evoluzione che fu, al tempo, propria dei maestri Byrds. Il tutto amalgamato come solo le grandi bands riescono a fare, in modo tale da essere ormai riconoscibili al primo ascolto in virtù della capacità di aver creato un suono che li contraddistingue in maniera chiara, tanto da far esclamare già dai primi secondi di ascolto: “Cazzo! Sono i Lings!”
Edoardo Cappello Riguzzi - Punchline
Marracash - È finita la pace

"È finita la pace", l'album che chiude la trilogia iniziata con Persona e proseguita con Noi, loro, gli altri. Marracash, come sempre senza filtri, affronta temi complessi e riesce a rappresentare in modo incisivo la realtà del periodo storico in cui viviamo.
Si tratta di un album maturo e colto, arricchito da riferimenti a grandi autori come Nietzsche, Dostoevskij e altri. Musicalmente, i brani sono impreziositi da sample originali e mai banali, come Ivan Graziani in "È finita la pace" o i Pooh in "Soli". Quest’ultimo affronta il tema della solitudine maschile, spogliandolo di ogni maschera e retorica.
In "Mi sono innamorato di un'AI", Marracash esplora il rapporto tra esseri umani e macchine, in un contesto in cui le interazioni digitali sono sempre più pervasive. Il brano riflette sulle complessità delle relazioni moderne, suggerendo che legami emotivi possano formarsi anche con entità non umane. La canzone è una critica alla società contemporanea, evidenziando come le interazioni digitali possano, paradossalmente, risultare più appaganti delle esperienze reali. Espressioni come "Là fuori è solo CGI" sottolineano l'illusorietà e l'artificialità del mondo moderno.
Un altro pezzo di grande spessore è "Penthotal", il cui titolo si riferisce a un anestetico, evocando il desiderio di anestetizzare il dolore o di svelare verità nascoste. Il tema centrale del brano è la vulnerabilità e la ricerca di autenticità in un mondo spesso superficiale. Marracash riflette sul dubbio, sulla manipolazione e sui conflitti emotivi, mettendo a nudo le proprie imperfezioni e le difficoltà delle relazioni umane. Il testo evidenzia la continua lotta tra il mantenimento dell'integrità personale e il desiderio di connessione.
Con "È finita la pace", Marracash dimostra ancora una volta la sua capacità di unire profondità tematica e qualità musicale, offrendo un’opera che non solo descrive, ma interpreta il nostro presente.
Banderas - Paradisco

La ricerca meticolosa di Beppe Savoni nel mondo della disco italiana super-underground ha generato l’ennesimo gioello: non siamo di fronte solo a quattro chicche esplosive dimenticate del nostro passato ma siamo di fronte a dei re-edit mescolati e riassemblati tutti in favore della propulsione del ballo, dell’ammiccamento, dell’amplesso.
Difficilissimo, praticamente impossibile, risalire ai prototipi originali. Questo fa sì che Civera Edits volume 2 si sviluppi come un prodotto autonomo che ribalta il concetto della ricerca verso retromania: in questo caso i brani nascono nel mondo degli anni ’70, ma mixaggio, remaster e un sapiente taglia-copia-incolla ne hanno ridisegnato i contorni come fossero canzoni di oggi.
Nel mare magnum delle nuove uscite discografiche fatti guidare dai nostri redattori musicali, non da un algoritmo!
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Edoardo Riguzzi - PunchLine
Hermanos Gutiérrez - Sonido Cósmico

Sonido Cosmico è il sesto album del duo ecuadoregno-svizzero Hermanos Gutierrez, il secondo prodotto da Dan Auerbach. La loro arte è musica che canta senza bisogno di un cantante, che è lirica senza bisogno di parole. L’immaginario, come spesso nei loro dischi, è quello di attingere all'immaginario spaghetti-western per un viaggio cosmico e spirituale sotto il cielo stellato delle ampie e desertiche terre di un ideale Far West.
Il disco ripropone sonorità già sentite anche nel loro album precedente, El Bueno y El Malo, ma, rispetto agli album precedenti sviluppati solo con il suono delle loro due chitarre, troviamo questa volta suoni psichedelici realizzati anche con tastiere, percussioni e synth, che rappresentano la vera novità di quest'ultimo progetto.
L’atmosfera malinconica di “Lágrimas Negras”, il brano che apre Sonido Cosmico, intreccia sonorità di slide guitar e lievi accenti flamenco, impostando un mood sognante e rarefatto che pervade il resto dell’album. Su queste stesse coordinate si sviluppano tracce come “El Fantasma”, “Cumbia Lunar” e la title track.
Pur essendo un album strumentale, Sonido Cosmico si distingue per un tono contemplativo scosso qua e là da ritmi incalzanti e strutture armoniche più articolate, come accade in “Abuelita”. Anche brani come “Low Sun” introducono elementi ruvidi, con riff di chitarra grezzi poggiati su un groove percussivo solido e avvolgente.
Tra i momenti più particolari dell’album, “Barrio Hustle” che si arricchisce di sfumature funk e di un organo dal suono morbido, mentre “Until We Meet Again” esplora profonde armonie riverberate, creando una struttura più vicina a quella di una canzone tradizionale (strofa-ritornello-bridge) che richiama, in qualche modo, le sonorità dell’ultimo disco dei Khruangbin.
Alberto Simoni - Area Contaminata

“Your Truth is a Lie” è il titolo dell’album di esordio per Eros pubblicato a due anni di distanza dall’ep di debutto “A Southern Code “. Eros è il progetto che vede coinvolti Karl O’Connor, meglio conosciuto con il moniker di Regis, Liam Andrews degli australiani My Disco e Boris Wilsdorf, noto produttore e ingegnere del suono, in particolare, degli Einsturzende Neubauten. L’album vede il contributo di Anni Hogan al piano e di Rosa Anschütz alla voce in un brano ed è stato registrato nel famoso studio di registrazione andereBaustelle di Berlino. È proprio la fase di produzione e di assemblaggio curata con la consueta maestria da Wilsdorf che ha reso l’album molto migliore della semplice somma delle singole parti, ovvero le basi ritmiche create da Karl O’Connor, le ruvide linee di basso di Liam Andrews e le atmosfere in stile Einsturzende Neubauten. Il lavoro esce su Downwards, label gestita dallo stesso Regis, il quale non ha mai nascosto il suo amore per le sonorità new wave, post-punk e industrial che hanno influenzato la sua carriera di dj e produttore in ambito techno. A conferma di ciò la Downwards ha pubblicato da poche settimane l’album che ha segnato il ritorno dei Wolfgang Press, formazione di culto del post-punk inglese. In conclusione, un lavoro decisamente riuscito che può soddisfare sia gli amanti del suono post-punk più cupo che quelli dell’industrial techno.
La Totta - Uniquest

Sin dai loro esordi nel 2013, gli Juniore si sono distinti per un sound particolare, che pone l'accento su linee di basso lunatiche, sensibilità pop e le performance vocali di Anna Jean. Come nei precedenti dischi, in questo nuovo lavoro, "Trois, Deux, Un", è impossibile ignorare l'impatto delle influenze old-school, sonorità associate all’etichetta Disques Vogues degli anni Sessanta, di Françoise Hardy e del movimento yé-yé, che danno ai brani una qualità senza tempo. Questo non vuol dire, però, che il materiale dei Juniore sia bloccato nel passato; la band riesce a rendere omaggio alle proprie influenze e alla ricca storia musicale della propria nazione, impregnandole al contempo con un taglio decisamente moderno, anche grazie al lavoro di produzione svolto da Samy Osta che in questo disco ha instillato efficacemente lo spirito della psichedelia e del garage rock di metà secolo.
Sebbene "Trois, Deux, Un" non rappresenti certo un allontanamento radicale dal loro lavoro precedente, ogni nuovo progetto intrapreso dalla band aggiunge un nuovo ed entusiasmante strato al loro sound. Questo album è di gran lunga il più cinematografico che abbiano mai realizzato tanto che un aspirante regista potrebbe facilmente collegare una narrazione alla lista dei brani e usare l'album come una colonna sonora già pronta.
L'evoluzione costante ha dato i suoi frutti: questo è il loro LP dal suono migliore fino ad oggi, con chitarre surf, ondate di organi e voci distaccate e sognanti. I fan di Broadcast, Stereolab o del decennio “anni Sessanta” si troveranno a casa loro. Un disco perfetto con cui, ad esempio, passeggiare allegramente tra le foglie croccanti in una luminosa domenica con i vostri migliori abiti autunnali e sentirsi estremamente eleganti.
MorraMc - Class+
Dennis Bovell - Sufferer Sounds

Sufferer Sounds è una raccolta di piccole perle di dubs rari, roots e lovers rock di un leggendario produttore
che si è fatto apprezzare per l' eclettica e ampia gamma di generi musicali frequentati, dal dub poetry al lovers rock, dal post-punk alla disco, al pop e oltre. Il suo lavoro di produzione abbraccia personaggi così diversi come The Slits, I Roy, Maximum Joy, Fela Kuti, The Pop Group, Janet Kay, Saada Bonaire, Orange Juice, Golden Teacher, Steel Pulse e altri.
Questa compilation si concentra sul periodo durante e subito dopo il coinvolgimento di Bovell con il Jah Sufferer Sound System, scavando a fondo per trovare tagli profondi e versioni meno note, principalmente dal 1976 al 1980. Restaurato e rimasterizzato con cura presso Dubplates & Mastering a Berlino in modo che queste tracce vecchie di decenni suonino incontaminate e dinamiche, e sequenziate per portare l'ascoltatore in un viaggio attraverso il genio della produzione e dell'arrangiamento di Bovell.