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Memoria, uscito per Smalltown Supersound a inizio settembre, è il nuovo lavoro di Carmen Villain, artista norvegese di origini messicane. Dal debutto di Sleeper, la sua ricerca si è progressivamente spinta verso ambient, dub e composizione elettro-acustica, fino a costruire qui un linguaggio sempre più personale e stratificato.
Villain scrive e produce l’intero album e ne suona gran parte degli strumenti — clarinetto, pianoforte, sintetizzatori, percussioni e registrazioni ambientali — dando forma a un paesaggio sonoro tanto meticoloso quanto organico.
Lento e metallico, tra le atmosfere di Andy Stott e i beat più letargici di Actress, Memoria attraversa zone d’ombra e improvvise aperture, fino al graduale risveglio di “Omriss”. Fruscii, distorsioni e basse frequenze cedono progressivamente il passo al respiro degli strumenti, in un suono fatto di tatto e calore. Sono proprio questi dettagli, sospesi tra inquietudine e delicatezza, a trasformare l’album in una sorta di memoria sonora: un luogo in cui anche le atmosfere più cupe lasciano intravedere la possibilità di una luce.

I Boy Harsher tornano con un album meno EBM e meno dark ma più eighties in senso ampio del termine. C’è ovviamente tanto synth-pop, soprattutto riconducibile alla seconda metà degli anni ’80, più dance, più aperto, più spensierato. Certo non si possono ancora utilizzare aggettivi come “solare” però è un disco che respira tanto pur conservando sempre un’aura malinconica. Se precedentemente la loro sperimentazione prevedeva un approccio più da colonna sonora lynchiana in questo Get Mean ci sono delle piccole sorprese in stile gothic rock (ice peak – walk away) o urban RnB (Bleed).