
Aja Monet è una poetessa di riferimento per la sua generazione, una persona le cui parole e azioni risuonano profondamente in tutti coloro che la incontrano. Ho avuto il piacere di conoscerla e seguirla da quasi 15 anni e in questo periodo l’ho vista trasformare il suo amore e la sua dedizione alla poesia in attivismo e musica, in modi che lasciano sempre il segno e ti riempiono di energia e speranza per il futuro, nonostante le realtà passate e presenti, a volte cupe, con cui lavora e in cui si muove. The color of rain è il suo secondo album ufficiale, e probabilmente sarà un'altra opera di grande bellezza, con le sue parole avvolte nella musica di artisti incredibili come Meshell Ndegeocello, che è uno dei produttori e uno spirito affine. Il mondo è un posto difficile in cui vivere in questo momento, ma i poeti potrebbero salvarci; come minimo, ci danno un motivo per sperare e ci ricordano cosa conta e perché.

SUNBEAM OF NO ILLUSION, è il frutto della collaborazione tra i due musicisti statunitensi Ben Seretan e John Thayer.
L’album fonde la sperimentazione chitarristica di Seretan e le percussioni analogiche di Thayer in un paesaggio sonoro contemplativo. Il risultato sono 11 tracce di ambient eterea e rilassante ma dinamica, in cui l’uso di riverberi naturali, stratificazioni di droni ed arpeggi e un equilibrio tra improvvisazione libera e composizione sono i tratti predominanti.
Segnalo “Little Winds” e “Wild Mint Breeze”, le mie due tracce preferite dell’album, che comunque è perfetto per un ascolto continuativo dall’inizio alla fine.

“Come Closer” dei Tomora è un esordio solo sulla carta: sono infatti artefici del progetto Tom Rowlands, in libera uscita dai Chemical Brothers, e la cantautrice norvegese classe ’96 Aurora. Il duo aveva già collaborato a più riprese, con una ospitata di lei in tre tracce su “No Geography” che Rowlands ha contraccambiato producendone l’ultimo disco “What Happened To The Heart” del 2024.
Registrato dal duo tra il Sussex e Bergen, “Come Closer” viaggia tra i generi e i bpm senza soluzione di continuità. Ad una title track dai colori scuri e ipnotici rispondono i banger da dancefloor “Ring The Alarm” e “Somewhere Else”, quest’ultima facilotta a dir la verità, mentre “Have You Seen Me Dance Alone?” fa pensare a The Knife aggiungendo panorami esoterici e campionamenti di tabla al quadro.
“My Baby” è classico big beat nineties adattato ai nostri tempi frenetici, “I Drink The Light” recupera le sonorità di “No Surrender” degli stessi Chemical nel brano più temerario del lotto, pubblicato anche come singolo. Non è del tutto assente il lato analogico, dato che Rowlands suona chitarra, basso e tastiere e anche alcune batterie del disco sono live. Quando cala l’intensità esce la qualità vocale di Aurora, come in una “Side by Side” venata di dub e nel trip-hop sognante di “The Thing”, posizionate intelligentemente a fine album. Una citazione la merita anche il regista Adam Smith che ha lavorato alla parte visual di Tomora parallelamente alla scrittura della musica.

A tre anni da Suono in un tempo trasfigurato, il duo formato da Francesca Bono e Vittoria Burattini torna con il nuovo album Ora sono un lago, pubblicato da Maple Death Records.
Le due musiciste proseguono la loro ricerca tra elettronica sperimentale e scrittura emotiva, stavolta tramite un linguaggio sonoro più essenziale e teso. Ora Sono Un Lago si presenta come un lavoro di grande profondità: è un album che nasce da un dialogo tra ritmi e voci e dalle suggestioni poetiche di Sylvia Plath e Patrizia Cavalli, trasformate in paesaggi sonori sospesi tra intimità e tensione.
La rivista inglese Ransom Note descrive perfettamente gli elementi e le dinamiche del disco quando dice che "Burattini costruisce pattern di batteria tesi e rarefatti, che affianca alle melodie aliene di Bono, a paesaggi sonori influenzati dal kosmische e a voci scarne, quasi corali, che affiorano e si ritirano lungo tutto l’LP".
Tra voci riverberate, synth taglienti e ritmi spezzati, Bono e Burattini creano atmosfere dense e stratificate, firmando un disco che conferma la maturità e la forte identità artistica del duo.

Sono passati più di trent’anni da quando è cominciata l’avventura musicale dei tedeschi The Notwist, eppure il collettivo guidato dai fratelli Markus e Micha Acher continua a spingersi in avanti con una curiosità e una attitudine alla trasformazione che lascia incantati, tanto a ogni uscita discografica quanto a ogni occasione di vederli in concerto.
Il loro decimo album si intitola "News from Planet Zombie" ed è un un lavoro che guarda al presente con lucidità malinconica, con disincanto ma anche con una sorprendente dose di calore e umanità. I Notwist ci hanno sempre fatto attraversare territori musicali molto diversi – dal post-punk degli Anni Novanta all’elettronica più sofisticata, dal trip-hop al krautrock, passando per un jazz sperimentale e notturno.
L’album precedente, "Vertigo Days" del 2023, aveva una dimensione fortemente collaborativa (con molti interventi di artisti anche a distanza), e si può dire che "News from Planet Zombie", da un lato, spinge ancora più avanti questa direzione, ma dall’altro recupera anche un approccio live, più fisico e più diretto. Come è stato notato da diverse parti, l’importanza di questo disco, in un certo senso, risiede nello stesso metodo con cui è stato creato, dato che i Notwist hanno deciso di suonare e registrare tutti insieme nella stessa stanza, con collaboratori, amici o semplici visitatori che andavano e venivano da una sala all’interno dello spazio culturale Import Export di Monaco.
Ne è uscito un disco che, da una parte, torna a una certa travolgente irruenza chitarristica degli esordi (come nell’inquieto singolo "X-Ray" o nella tumultuosa "The Turning"), dall’altra gioca con quelle atmosfere più sofisticate, rarefatte e scopertamente sentimentali, che, dopo tutti questi anni, i Notwist sanno maneggiare e declinare con un’accuratezza davvero ammirevole e commovente (su tutte, "Who We Used To Be", che richiama alla mente i punti più alti dello storico disco "Neon Golden").
Da notare, anche, che nonostante i Notwist non siano esattamente famosi per aver realizzato cover, in questo disco ne inseriscono addirittura due: una splendida versione di "Red Sun" di Neil Young, e una rivisitazione di "How the Story Ends" dei Lovers, gruppo folk-pop di Athens, Georgia. Queste cover si inseriscono nel flusso dell'album, rivelando un aspetto dei Notwist che non conoscevamo, come acuti interpreti di scritture altrui.
Questo malandato “pianeta zombie” che il titolo richiama è una metafora delle ansie del nostro presente, un presente che a volte sembra muoversi per inerzia, sospeso tra stanchezza, una disperata sopravvivenza e una perversa voglia di autodistruzione. Come sempre, i Notwist non offrono soluzioni facili né proclami altisonanti, preferiscono lavorare sui frammenti, sulle piccole osservazioni del quotidiano, sulle nostre impressioni e sui nostri sentimenti, ovvero tutto quello che ci rende ancora, nonostante tutto, umani, pronti a fronteggiare l’ennesima schiera di zombie che sta per arrivarci addosso.

Ci sono dischi che non fanno rumore, ma restano. Creature Of Habit è così: non cerca di stupire, ma di restare abbastanza a lungo da cambiare qualcosa dentro. Arriva dopo uno spostamento — Melbourne lasciata per Los Angeles, la fine di Milk! Records - ma non è una rottura. È un assestamento. Un modo diverso di stare dentro le cose.
“Uscire dai tuoi schemi per poter vivere veramente la tua vita”: è lì che si muove questo disco. Non verso qualcosa di nuovo, ma verso qualcosa di più vero.
Courtney Barnett scava nel suo linguaggio e lo rende più essenziale. Le canzoni sembrano appunti lasciati aperti: piccoli gesti che si ripetono - preparare un caffè, osservare la luce, restare in un pensiero - fino a diventare significato.
Il suono oscilla tra nervature grunge e aperture più morbide, ma è nella chitarra che tutto prende forma: mancina, poco plettro, fingerpicking secco e percussivo. Un modo di suonare che è più ritmo che accompagnamento, più corpo che tecnica.
E forse c’entra anche il tennis: la ripetizione, la pressione, il restare dentro il gesto finché non diventa naturale. Qui ogni cosa sembra funzionare così.
Anche l’immagine conta: quella figura quasi sacra in copertina, sospesa, come se il disco stesso cercasse una forma di devozione laica — verso il tempo, verso il quotidiano.
Creature Of Habit non è una svolta. È un approfondimento.
Un diario della stasi, ma senza cinismo. Un modo per abitare davvero quello che c’è.


ElectroSoul è il nuovo e attesissimo album di DJ Harrison, produttore, polistrumentista e membro fondatore dei Butcher Brown, pubblicato dall'iconica etichetta Stones Throw Records.
Il disco rappresenta una sintesi matura e personale del percorso artistico di DJ Harrison, unendo soul, R&B, jazz, funk, hip-hop ed elettronica in un sound caldo, analogico e profondamente contemporaneo. Le produzioni si muovono tra groove raffinati, ritmiche spezzate, tastiere vintage e arrangiamenti moderni, creando unesperienza sonora fluida e immersiva.
ElectroSoul nasce da un forte spirito di collaborazione: l'album coinvolge numerosi artisti e musicisti della scena di Richmond, Virginia, tra cui vocalist e strumentisti di primo piano della nuova soul e hip-hop americana. Le tracce alternano momenti strumentali a brani cantati, mantenendo sempre un equilibrio tra sperimentazione e accessibilità.
Un lavoro che celebra la connessione tra passato e presente, tra radici soul e linguaggi elettronici moderni, confermando DJ Harrison come una delle figure più interessanti e versatili della scena contemporanea.

Nel mezzo di una raccapricciante metá di febbraio, fatta di grigio e poche ore di sole a mo’ di rinforzo intermittente (degno dei migliori manipolatori) sono usciti due progetti importanti che hanno carriato tutto la nuova consueta iniezione di musica fresca del venerdì, e probabilmente delle settimane a venire. Una é ovviamente Jilly from Philly, conosciuta anche come Jill Scott, che dopo tanti, tanti anni di lontananza dalle scene torna con un disco che sa di carbonarazza bella tronfia dopo una settimana a base di pollo ai ferri, fiocchi di Latte e Basmati - nel suo caso si parla di poco piú di 10 anni… - consapevoli che si tratterá solo di fantastica, breve eccezione . Simile sensazione me l’ha data Icon, di Bren Faiyaz, il nuovo disco della settimana.
Sapere che é stato prodotto sotto la supervisione artistica di Raphael Saadiq dovrebbe giá far tirare un sospiro di sollievo, anche un secondo se si considera che alle produzioni troviamo firme quali Chad Hugo, famoso per aver lavorato con un signore chiamato Pharrell Williams e aver cambiato il suon del rap di tutta la prima decade del 2000; all’appello anche Benny Blanco, che oltre a dare il nome a quello che ha dato il piombo a Carlito lo da a uno che ha cantato e scritto una valanga di mega successi, in giro per i dischi e playlist di tutto il mondo.
R’n’b fresco e splendente pronto da consumare, produzioni che combinano sound alla Ovo e arrangiamenti cari ai soldati soldati dello spirito con targa R’n'B. Brent Faiyaz, 30enne del Maryland, si lascia andare a testi e punti di vista piú maturi, di chi gli sta indurendosi la pelle dopo anni di Fast Life e Shawties. Disco godibile, da recuperare e artista da approfondire.

Il disco della settimana selezionato da Area Contaminata è il nuovo doppio album dei maestri dell’ambient techno, ovvero i Voices From The Lake. Il duo romano composto da Donato Dozzy e Neel torna a 13 anni dall’esordio con un nuovo lavoro che si presenta non come una collezione di 10 tracce ma come un’unico flusso sonoro che consigliamo di consumare nella sua interezza senza interruzioni. Chi conosce i lavori di Donato Dozzy riconoscerà i suoi marchi di fabbrica, ovvero i ritmi propulsivi ma al contempo morbidi e le atmosfere meditative e ipnotiche. A tutto ciò va aggiunto il lavoro certosino di Neel in fase di mixaggio e masterizzazione. L’album pubblicato dalla loro etichetta, Spazio Disponibile, rappresenta un ritorno trionfale ed un ascolto essenziale.

Per iniziare il 2026, il disco della settimana di Stagione Zero è IN THE AGE OF DATA del progetto Move 78.
Il gruppo berlinese arriva nel 2025 al quinto album e raggiunge e forse supera i picchi del bellissimo esordio “The Algorithm Smiles Upon You”. Parliamo di una bilanciata fusione di jazz e inserti elettronici, istinto puramente da jam session e campionamenti di ispirazione hip hop.
La formazione principale è composta da Doron Segal (tastiere), Nir Sabag (batteria), Hal Strewe (basso), Meravi Goldman (corno francese) e Aver (campionatore/produzione).
In the Age of Data è composto di 11 brani ma può essere diviso in due parti ben distinte (anche se molto coerenti tra loro). I primi sei brani sono una sorta di improvvisazione eterea e sospesa, basata sulla ripetizione costante della stessa bass line. I brani, non a caso si intitolano tutti “Dusty but digital” part 1-6.
I restanti 5 brani sono invece vere e proprie tracce separate che comunque mantengono il mood e le sonorità della prima parte. Tra queste segnalo decisamente il crescendo visionario di Quantum Listening.
Nota divertente. Il nome della band è ispirato a un famoso match di un antico gioco da tavolo cinese tra il campione del mondo Lee Sedol, e un programma per computer chiamato AlphaGo. Dopo essere stato sconfitto nelle prime tre partite dall’avversario basato sull'intelligenza artificiale, il campione ha sbalordito tutti adattandosi e giocando una mossa così strano che ha completamente sconcertato AlphaGo e i suoi algoritmi. La mossa – che rappresentava la risposta umana di Sedol: adattarsi per affrontare le sfide di un mondo tecnologico in continua evoluzione – è stata la mossa 78.

A questo punto, essere una persona anziana nell'hip-hop significa scegliere se essere il vecchio che urla contro le nuvole o un adulto normale che accetta che le cose cambino e che c'è ancora molto da godersi nella musica, sia passata che presente. Recentemente, nel mio tentativo di non essere il vecchio che urla alle nuvole, ho riflettuto su come siamo arrivati al punto in cui gli artisti che abbiamo ammirato hanno una loro opera da considerare, proprio come avevano gli artisti più anziani, in particolare quelli del jazz/funk/soul, con cui siamo cresciuti. Uno di questi artisti è il rapper, produttore e creativo a tutto tondo canadese Vaughn Robert Squire, meglio conosciuto da molti come Sixtoo. Dopo quasi due decenni trascorsi nel deserto di varie occupazioni creative e alcune musiche sotto vari pseudonimi, Sixtoo è tornato con un nuovo album, 30, e un'antologia di demo e beat inediti per un totale di quasi 200 brani. Si tratta di una grande raccolta che rifletta le radici di Sixtoo in una certa era dell'hip-hop, il momento indie della fine degli anni '90/inizio degli anni 2000, il suo interesse per il punto d'incontro tra tecnologie analogiche e digitali e la sua volontà di impegnarsi nell'evoluzione sonora dell'hip-hop. È sicuramente un album per le heads, ma mi piace pensare che anche i nuovi fan dell'hip-hop e del rap possano trovarvi qualcosa di interessante e magari scoprire a modo loro la storia di questo genere musicale.

Il disco della settimana per Indi(e)pendenze è il terzo lavoro pubblicato da Clémentine March e intitolato “Powder Keg”. Lo si può tradurre come situazione esplosiva, e se da una parte descrive un mondo completamente allo sfacelo e sull’orlo del precipizio, dall’altra fotografa una raccolta di canzoni intrigante e multiforme. L’artista di origine francese ma di stanza a Londra non è catalogabile in un genere definito: provate ad ascoltare l’opener “After The Solstice”, venata di echi di Pentangle e Air, e quindi la grintosa “Upheaval”, piena di riverbero con i Nirvana nel cuore. Tuttavia due aspetti rivestono il disco dall’inizio alla fine, e cioè originalità e cosmopolitismo. Lo testimonia la squadra di musicisti che ha affiancato Clémentine nel progetto, dal geniale jazzista Alabaster DePlume (per l’irrefrenabile “The Power Of Your Dreams”) a Wilf Cartwright dei Tapir! passando per Rita Lee, voce e batteria negli Os Mutantes, in “Lixo Sentimental”. Io ho scoperto Clémentine March partecipando al listening party del disco su bandcamp, un’esperienza che raccomando a tutti gli appassionati di musica. Ogni canzone ha un’ispirazione speciale, come “Lucie” dedicata alla nipotina o la stupenda “You Are Everywhere” che viaggia a metà tra Beatles e il catalogo Flying Nun. Tutto miele per le nostre orecchie.
📅 Venerdì 16 gennaio 2026 | 18:00–20:00
📍 Al Disco D’Oro – via Galliera 23, Bologna
🍕 Pizza “MEGATON” offerta da Berberè, creata in collaborazione con la band e a sostegno di War Child UK
📻 Ore 18.30: diretta live dell’evento su NEU RADIO
📀 Con l’acquisto dell’album: locandina o adesivi ufficiali in omaggio (fino a esaurimento scorte)
Disponibile nei formati:
🟢 LP Green Marble | ⚫️ LP Black | 💿 CD
Venerdì 16 gennaio Al Disco D’Oro di Bologna un listening party dedicato a The Demise of Planet X, nuovo album dei Sleaford Mods, duo tra i più riconoscibili e coerenti del post-punk elettronico britannico contemporaneo.
Jason Williamson e Andrew Fearn proseguono il loro percorso con un disco essenziale e diretto, costruito su basi elettroniche minimali e uno spoken word asciutto e tagliente. The Demise of Planet X è un lavoro che affronta con lucidità temi sociali e politici, mantenendo una produzione scarna ma estremamente efficace, in perfetta continuità con l’estetica che ha reso il duo una voce centrale nella musica inglese degli ultimi anni.
L’ascolto collettivo sarà l’occasione per immergersi nel nuovo album in un contesto condiviso, tra musica, cultura indipendente e supporto a una causa solidale, con la possibilità di acquistare il disco nei diversi formati disponibili.

🎧✨ Pronti alla maratona definitiva del 2025?
I nostri redattori hanno scelto i dischi, i concerti, i libri, i film, le serie tv e le mostre più belle dell’anno… e ve li raccontiamo tutti in diretta, uno dopo l’altro, senza fiato e senza pietà 😎
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Una domenica con tutti i nostri redattori e le cose migliori del 2025 secondo noi. Vieni a fare il tifo (o a dissentire)!🔥
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“That wasn’t a dream” è il secondo album frutto della collaborazione tra il produttore, chitarrista Blake Mills (che vanta collaborazioni con artisti del calibro di Beck e Fiona Apple) e lo storico bassista Pino Palladino (che ha suonato un po’ con chiunque: dagli Who a D’Angelo ai De La Soul). “That wasn’t a dream”, a dispetto del titolo, è proprio un album da sogno lucido, sospeso tra ritmiche contorte e momenti di apertura quasi allucinati. 7 tracce strumentali in cui basso, chitarra ed elettronica si fondono in maniera fluida grazie ad una attitudine chiaramente jazz. La costante sensazione di stasi che percepisco dall’inizio alla fine dell’album, viene raggiunta in realtà attraverso un continuo movimento, in cui melodie isolate si alternano a nuvole armoniche apparentemente caotiche ma sempre ben organizzate.
All’album hanno collaborato anche il sassofonista Sam Gendel e il batterista Chris Dave, mentre il figlio di Pino, Rocco Palladino suona il basso nella bellissima e lunghissima Heat Sink.
Altra traccia da segnalare è quella di apertura dell’album: l’arpeggiata bossa di Contour.

Si chiama Tremor il nuovo disco di Daniel Avery, in uscita per Domino dopo una carriera trascorsa quasi interamente sotto l’ala della Fantasy di Erol Alkan. Un lavoro che sorprende: alla produzione compaiono nomi legati all’universo dei Nine Inch Nails, e l’influenza si sente tutta. Tremor è un disco potentissimo, capace di unire davvero moltissimi generi senza perdere coerenza: elettronica abrasiva, tensioni industrial, incursioni ambient e persino un momento di jungle spezzata che ne completa l’ecletticità.
È esattamente ciò che non mi aspettavo da Daniel Avery, anche se il percorso di crescita era evidente, sempre lungo la scia tracciata dal suo caro amico e mentore, il compianto Andrew Weatherall. Un disco che consiglio a chi vive sul confine tra elettronica e rock più spinto.

Echo 45 Sound System, presentato da Nightmares On Wax, è un lavoro a cui tengo molto, perché contiene tante piccole cose che mi sono care: un omaggio alle radio pirata, ai sound system e alle contaminazioni storiche tra la musica giamaicana e altre culture musicali.
Dietro Nightmares On Wax c’è George Evelyn, produttore con una lunga storia alle spalle – molti di voi lo conosceranno per il suo percorso su Warp Records – che qui torna idealmente alle radici, alle musiche che hanno segnato la sua gioventù. In Echo 45 Sound System convivono trip hop, elettronica, hip hop, reggae, dub, soul e jazz, mescolati con la naturalezza che avevano i suoi grandi dischi degli anni Novanta.
Già dal titolo si intuisce il richiamo al passato: Echo 45 era un sound system, una cassa acustica, e questo disco ne recupera lo spirito. I 13 brani attraversano la scena inglese tra anni Settanta e Ottanta, tra atmosfere urbane, bassi profondi e memoria collettiva, con la partecipazione di figure storiche come Gilles Peterson, Goldie e Daddy G.
Ma non è un’operazione nostalgica: accanto a loro ci sono anche artisti contemporanei come Peng, Steady Walker e Lion Bailey, che rendono il disco assolutamente attuale. Echo 45 Sound System è un lavoro trasversale, caldo, stratificato

Cutthroat, quarto album dei Shame uscito il 5 settembre 2025 per Dead Oceans, è un disco che taglia come il titolo promette: un’osservazione cruda, precisa, della vita e delle contraddizioni che la attraversano.
Le chitarre graffiano, i bassi pulsano come un cuore in accelerazione, e la voce di Charlie Steen oscilla tra rabbia, ironia e desiderio di verità. L’album non parla semplicemente di abbandono, ma di ciò che lasciamo andare: ruoli imposti, abitudini rassicuranti, compromessi che ci limitano. In Cowards Around emerge la frustrazione verso chi si nasconde, verso ipocrisie e codardie, ma anche verso se stessi, mentre ci si confronta con le proprie paure e fragilità.
In momenti come Quiet Life il tono si fa sospeso, riflessivo: uno sguardo interiore sul desiderio di libertà, sulle scelte rimandate, sulle strade non percorse. Eppure anche nella frenesia di Cutthroat, nella corsa sfrenata dei ritmi, c’è una vitalità feroce, un impulso a vivere pienamente, senza filtri.
Cutthroat è uno specchio lanciato in faccia all’ascoltatore: graffia, scuote, invita a riconoscere le proprie contraddizioni, e allo stesso tempo a danzare davanti alla propria verità. Gli Shame dimostrano così che la maturità non spegne la furia, ma la rende più lucida, intensa e poetica.

Non è il ritorno alle origini di Lady Gaga che vogliamo segnalare e nemmeno la finta vita da show girl di Taylor Swift – che comunque continua a non piacerci.
A catturarci è il secondo album solista di Alison Goldfrapp che alla soglia dei suoi quasi sessant’anni decide di tornare indietro ai suoi venti, di citare ancora una volta, ma mai abbastanza, gli anni ’80 e, di conseguenza, di portare indietro nel tempo anche noi.
Tutti coloro che hanno passato le serate universitarie – e perché no anche vagamente LGBTQ - a Bologna una ventina di anni fa (ri)scopriranno con piacere l’attuale veste di Alison: non nuovissima, magari non originalissima, ma capace ancora di farci vibrare. Dance, synthpop a metà strada fra Kylie Minogue, i Royksopp e Roisin Murphy, i brani di Flux danno il loro meglio perché non incarnano un retro-sound urlato e sguaiato, ma sussurrato e capace di penetrare nelle vene immediatamente.
Flux è una carrellata un filo malinconica sui luoghi della notte e del cuore (e degli amori) di una volta: Locomotiv, Sesto Senso, Atlantide: è come se le loro colonne sonore non si fossero mai esaurite, ma fossero ancora in “play” dentro di noi. Le vestigia della nostra gioventù pervadono questo nuovo album.

Dopo qualche anno di assenza torna Ndagga Rhythm Force di Mark Ernestus’. Il nuovo album s'intitola Khadim.
Khadim è una straordinaria riconfigurazione del sound dei Ndagga Rhythm Force. La strumentazione è stata radicalmente ridotta. La chitarra è scomparsa, così come la concatenazione dei sabar e la batteria. Ciascuna delle quattro tracce si concentra su uno o due percussionisti; l'unico altro elemento registrato è il cant di Mbene Diatta Seck, tutto il resto è programmato. I sintetizzatori sono dialogicamente sincronizzati con la batteria. È significativo che Ernestus abbia scelto il suo amato Prophet-5, uno strumento caratteristico fin dai tempi dei Basic Channel, trent'anni fa. Dal punto di vista della trama, il suono è più dubwise, ricco di effetti. C'è una nuova spaziosità, annunciata all'inizio dai suoni ambientali della vita di strada di Dakar.
È bello sapere che Mark Ernestus non abbia avuto fretta nel re-immaginarsi il suono Ndagga Rhythm Force. Le cose buone a volte necessitano di lentezza e riflessione e questo album ne è una bella dimostrazione.

Nel luglio 2025, dopo un grave attacco epilettico che le ha fermato il cuore per otto secondi, Lucrecia Dalt ha pubblicato “caes”, un brano che parla del lasciarsi andare e del trovare il sublime nella caduta. L’esperienza l’ha segnata profondamente, aprendo una nuova fase artistica più intima e vulnerabile.
Il nuovo album A Danger to Ourselves, scritto e registrato insieme al compagno David Sylvian e uscito a Settembre per RVNG Intl., cattura questa immersione totale nel desiderio, nella fragilità e nella scoperta reciproca. Le canzoni alternano tensione e dolcezza: dal duetto iniziale “cosa rara” ai brani in cui la sua voce passa dallo spagnolo all’inglese, mantenendo una forza magnetica anche nei momenti più caotici.
Il disco è ricco di percussioni, melodie e dettagli sonori scolpiti con cura, grazie anche al contributo di artisti come Camille Mandoki, Juana Molina e il percussionista Alex Lázaro. Lucreacia Dalt flirta con il pop ma restando sempre in ambito “alt”, coerente col suo percorso artistico che esplora i confini della forma-canzone e della composizione

L’indiepop è sempre stato considerato un genere musicale abbastanza fuori moda, ingenuo e marginale, ma, allo stesso tempo, ha sempre avuto la capacità di sorprenderci e di restituirci la sensazione che qualcosa di nuovo e di bello possa ancora accadere. Nonostante le etichette di revival nostalgico e un sostanziale disinteresse commerciale, ha mantenuto intatta lungo i decenni la sua essenza: musica libera, personale, politica e profondamente umana.
Tutta questa energia, oggi, rivive in una band come le The Cords, duo scozzese formato dalle sorelle Eva e Grace Tedeschi, che con arrangiamenti essenziali e armonie vocali semplici riescono a creare qualcosa di rivelatore.
Il loro album d’esordio, intitolato semplicemente The Cords e pubblicato da Slumberland e Skep Wax, è un concentrato di melodie brillanti, energia punk e sincerità, tra brani di due minuti e ritornelli già classici.
Per poco più di mezz’ora le giovani sorelle di Glasgow corrono a tutta velocità, come se ogni canzone rincorresse la successiva e volesse scavalcarla. Il risultato, come molti hanno commentato, arriva da qualche parte tra Shop Assistants, Talulah Gosh e The Primitives. Ma le influenze storiche si trasformano in qualcosa di fresco e vitale, dimostrando che l’indiepop, ben lontano dall’essere morto, ha ancora molto da dire e da suonare.

Il disco selezionato da Alberto Simoni di Area Contaminata è il nuovo album di Paul St. Hilaire, leggendario artista originario di Dominica ma da trent’anni con base a Berlino, dove entrò presto in contatto con i pionieri della dub techno, Moritz Von Oswald e Mark Ernestus. I due utilizzarono il moniker Rhythm & Sound, per combinare ritmiche techno scheletriche con dub dai bassi molto profondi e la voce dai toni caldi di Paul St. Hilaire fu centrale al progetto.
Prendendo spunto dall’album di Rhythm & Sound w/ the artists, St. Hilaire ha ribaltato il concetto in questo suo nuovo lavoro intitolato: w/ The Producers, pubblicato dalla label tedesca Kynant. Qui ad alternarsi non sono le voci ma i produttori, in gran parte artisti emergenti della nuova scena tra dub techno, con l’eccezione di due veterani come Mala e Shinichi Atobe. La continuità invece è rappresentata dalla voce di St. Hilaire che funge da filo conduttore per l’intero album e si conferma una delle più profonde ed evocative in circolazione.

"Keys to the City: Volume One" ultimo lavoro di Robert Glasper, pubblicato lo scorso 10 ottobre, si tratta di un progetto live, non un album in studio tradizionale. Racchiude difatti selezioni tratte dalle registrazioni dei cinque anni della residenza “Robtober” di Glasper al Blue Note di New York.
Glasper ha scelto 9 tracce che, a suo avviso, incarnano momenti‑chiave di questa sua fiorente esperienza, con possibilità di contare su un cast stellare: troviamo collaborazioni con Black Thought, Thundercat, Norah Jones, Esperanza Spalding, Bilal e altri.
Il risultato finale è un ibrido fra jazz, soul, R&B, improvvisazione, e “live concert experience” che dà all’album un carattere vivo, come se fossi parte del pubblico.
Keys to the City: Volume One* è un progetto ambizioso che mette in luce il lato vivo, imperfetto e comunitario della musica di Robert Glasper. E' un ritratto di ciò che Glasper fa con il live, di quanta fiducia ha nei suoi colleghi sul palco, e di quanto crede nella musica che respira.

Dopo aver quasi rischiato un attacco di narcolessia con il nuovo album di Dave, il noiosis- plurincensato grande liricista di Brixton acclamato da tutta la critica terrestre e celeste, solo una iniezione dopaminica d’emergenza avrebbe potuto salvarmi dalle rapaci braccia di Morfeo.
Sembrava tutto perduto, e invece, per fortuna, viene in mio auto una talentuosissima ragazza conterranea del soporifero Dave: è Yazmin Lacey, con il suo nuovissimo Teal Dreams. Uscito lo scorso venerdì 24 ottobre, questa ragazza di Londra da quando ha fatto quella fortunata comparsa sul disco degli Ezra Collective è diventata per me una presenza costante e necessaria nelle routine di rigenerazione dopaminica. Una voce arricchita da arrangiamenti musicali che ne valorizzano i dettagli, i vibrati soul e le parole intrise di esperienze di vita reali, allegre, innamorate, nostalgiche e introspettive all’evenienza. A due anni dall’esordio con il suo primo disco Voice Notes, Teal Dreams è una prova realmente convincente, che neanche a dirlo, è il suo secondo disco.
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Leggi le recensioni dei migliori dischi di settembre selezionati per NEU RADIO e ascoltale nel podcast dalla loro voce, assaporando un brano tratto dal disco.

Il disco della settimana per Class+, scelto da MorraMc, è il terzo lavoro dell’artista e produttrice newyorkese Jamie Krasner, in arte James K. La sua musica viene spesso descritta come un intreccio di dream pop, trip hop, shoegaze e una nostalgia nebbiosa che avvolge ogni brano. Dopo gli anni a New York, James K si è trasferita a Berlino, dove sembra aver trovato la sintesi ideale per le sue sonorità elettroniche.
Con un passato tra studi sinfonici e scena noise, James K pubblica Friends all’inizio di settembre 2025, sorprendendo e convincendo pubblico e critica. L’artista era già nota per collaborazioni importanti, come quella con Yves Tumor, e per essere salita sul palco con Vegyn. Tuttavia, è proprio questo terzo album a segnare una svolta: un’uscita che ha conquistato molti nuovi ascoltatori e consolidato definitivamente il suo percorso artistico.

A questo punto potrebbe sembrare quasi uno scherzo, perché Laurent Fintoni finisce spesso per scegliere come disco del mese un album di Carlos Niño. Eppure, la ragione è semplice: Niño continua a creare la musica e l’arte con cui Fintoni desidera confrontarsi e che desidera ascoltare.
Questo lavoro è particolarmente speciale perché vede insieme Carlos Niño e Saul Williams, considerato uno dei più grandi poeti statunitensi della sua generazione, in un evento dal vivo alla fine del 2024. Accanto a loro compaiono ospiti di grande rilievo, tra cui Kamasi Washington e Aja Monet, due figure centrali dell’attuale scena jazz e poetica.
L’album esplora la terra fisica che abitiamo, le storie che l’hanno modellata e il potere del suono e delle parole nel tentativo di trovare una via d’uscita dalla follia della nostra condizione contemporanea — e, forse, anche la forza o la convinzione necessarie per affrontare il lavoro che ci attende.
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Cristian Adamo - Solo Lains
Ibaaku - Marjaan (Autoprodotto)

Nel giorno del solstizio d’estate in una Dakar del 2052, Marjaan, una giovane donna stremata dal peso della sua esistenza, intraprende una passeggiata urbana guidata dal jazz spirituale di Pharoah Sanders fino a una rivelazione luminosa di fronte all'Oceano Atlantico.
Queste sono le note che introducono il nuovo mini LP di Ibaaku, dal titolo Marjaan. Ibaaku è un produttore Senegalese di base a Dakar, sperimentatore di nuove sonorità provenienti dal continente africano tra afro futurismo e influenze della tradizione Joola.
Marjaan è un album delicato, dove riecheggiano le atmosfere più “sentimentali” ispirate a Pharoah Sanders, tra sax, percussioni, beat elettronici, ostinati armonici. Marjaan è un piccolo gioiello e Solo Lains ne consiglia l’ascolto.
Laura Marongiu - Solaris

Figura di culto a Londra e oltre, James Massiah ha recentemente pubblicato Bounty Law, un disco a metà tra l'album tradizionale e l'EP. Artista e poeta, in Bownty Law James Massiah elabora la rottura delle convenzioni e delle leggi relazionali (romantiche e non), in una sorta di western urbano immaginario.
Il progetto è compatto ma denso, pieno di dettagli e visioni: tra spoken word, elettronica e club culture, Massiah si muove con disinvoltura, guidato da una squadra di producer sperimentali (Cajm, Cold, 3o, Poundshop, Oliver Twist) e il mastering di Tommy Wallwork (Mount Kimbie). Le tracce scorrono tra atmosfere eleganti e notturne, passando dal salotto riflessivo di Pop Down alla dancehall ruvida e ipnotica di Peroxide.
Il suo flow è estremamente caratteristico, capace di stringere l'occhio alla dancehall, al grime e allo spoke word nel giro di poche tracce.
In occasione del rilancio della Strata-East Records, la pionieristica etichetta jazz indipendente fondata nel 1970 da Charles Tolliver e Stanley Cowell, la stessa etichetta ha prodotto uno speciale episodio radiofonico/documentario che esplora la storia e il suo impatto sociale e culturale.
Attraverso interviste, selezioni musicali e una ricostruzione del contesto storico, il programma ripercorre l'evoluzione di Strata-East dagli inizi negli anni Settanta alla sua rinascita odierna. La serie sottolinea l'importanza di Strata-East come baluardo dell'imprenditoria black, della libertà creativa e dell'espressione culturale. È disponibile per essere trasmessa per intero o in parti per le stazioni radio.
ON AIR SU NEU RADIO
Mercoledì 25 giugno alle 19.30
Sabato 28 e domenica 29 giugno alle 16.00